RussiaWashington, 1 mar – Cosa sta succedendo alla Casa Bianca? Che fine hanno fatto i propositi di “riappacificazione” tra Mosca e Washington? Perché sembra esserci una nuova corsa agli armamenti? I nostri lettori più attenti avranno trovato già una prima risposta ad almeno due di questi interrogativi quando abbiamo analizzato nello specifico le nuove relazioni tra Stati Uniti e Russia. Relazioni dettate più da un regolamento di conti interno dell’esecutivo di Trump volto a mettere a tacere i falchi del Congresso e del Pentagono, piuttosto che determinate da un vero e proprio cambio di rotta della linea della politica estera rispetto a quanto affermato in campagna elettorale.

L’esecutivo di Trump, infatti, sembra essere debole, come abbiamo già avuto modo di analizzare: le dimissioni in blocco degli alti funzionari del Dipartimento di Stato e l’affaire Flynn sono stati dei duri colpi per il Presidente, che è dovuto correre ai ripari lanciandosi in una dialettica (per il momento solo quella) di scontro con Mosca in modo da calmierare le rivalità interne (anche al partito) in nome della popolarità nei sondaggi, che negli Usa ha un peso fondamentale per stabilire il consenso e la legittimazione di una presidenza. In quest’ottica quindi le dichiarazioni sulla Crimea e lo sbandieramento dello spauracchio di nuove sanzioni verso Mosca rappresentano più una mossa rivolta verso l’interno che verso il Cremlino, e a Mosca sembra l’abbiano capito. Il Ministero degli Esteri, per voce del viceministro  Sergei Ryabkov, ha espresso la propria preoccupazione, soprattutto per quanto riguarda la nuova corsa agli armamenti, anche nucleari, che si sta intraprendendo a Washington facendo però l’opportuno distinguo tra esecutivo e Congresso: “Le relazioni tra Stati Uniti e Russia sono al punto più basso dalla guerra fredda. Sembrava che ci fosse la possibilità di livellarle o addirittura di rilanciarle, ma il fatto che il Congresso statunitense stia preparando “un blocco economico” contro la Russia per impedire a Trump di allentare le sanzioni sta calpestando ogni speranza di migliorare le relazioni”. Alle parole del viceministro fanno eco quelle di Leonid Slutskij, a capo della Commissione Esteri alla Duma: “Per ora c’è soltanto retorica, ma questa retorica viene accompagnata ai massimi vertici da dichiarazioni abbastanza allarmanti sia sul possibile abbandono del trattato Start-3, sia sul potenziamento del potenziale nucleare”.


Siamo davanti ad una nuova Guerra Fredda? C’è addirittura chi parla di scenari alla “Reagan – Gorbacev”, ma in realtà crediamo non sia propriamente così. La nuova corsa agli armamenti è la diretta conseguenza della politica, da sempre ripetuta in campagna elettorale, del “America first”, o dello slogan “Make America great again”, fare grande di nuovo l’America. Perché l’aumento della spesa per gli armamenti, che vedranno un incremento di 54 miliardi di dollari pari al 10% della spesa militare, è reso possibile soprattutto grazie al taglio netto dei finanziamenti Usa agli Stati esteri, oltre che alle politiche ambientali: un segnale forte di isolazionismo che va controcorrente rispetto all’amministrazione precedente sempre prodiga di finanziamenti verso alleati e amici in varie aree di tensione del globo. La spesa militare americana, infatti, è diminuita costantemente passando dai 711 miliardi di dollari del 2011 sino ai 596 del 2015 (passati poi a 622 l’anno seguente), in linea con la politica di diminuzione del diretto impegno militare americano e di parallela guerra per procura dell’amministrazione Obama. Tagli alla spesa che non sono piaciuti al Pentagono e nemmeno alle industrie degli armamenti, che quindi hanno messo pressione sul nuovo esecutivo tramite il Congresso ed alcuni elementi del Partito Repubblicano. Ma al di là delle pressioni politiche, dicevamo, questa nuova corsa agli armamenti si inquadra perfettamente nella politica “make America great again” trumpiana, soprattutto perché in parallelo il Presidente ha invitato i Paesi membri della Nato ad aumentare le proprie spese per la difesa sino ad arrivare al 2% del loro Pil; questo non per una nuova escalation contro la Russia, ma, a nostro giudizio, per cercare di sganciare gli Stati Uniti da certi teatri di crisi affidando la loro gestione direttamente alla Nato senza il diretto intervento delle forze armate americane: una politica isolazionista appunto.

Politica isolazionista in Europa ma non in Estremo Oriente. Appare sempre più chiaro che presto o tardi si giungerà ad uno scontro con la Cina sulla questione del Mar Cinese Meridionale,  dove gli Stati Uniti, ed i loro alleati, hanno grandi interessi commerciali ed energetici in ballo, e dove si sta giocando la partita per il controllo della finanza mondiale. Anche per questo gli Usa non possono permettere che una potenza, sin’ora a carattere regionale come la Cina, possa diventare una potenza globale. Volontà cinese di espansione più volte evidenziata non solo dalla politica aggressiva in quell’area dell’Estremo Oriente, ma anche dal vertiginoso aumento delle spese per la Difesa.

Paolo Mauri

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Paolo Mauri
Nato a Milano, classe 1978. Laurea in Geologia. Dopo aver lavorato qualche anno nel campo della moda nella capitale meneghina, ha deciso di approfondire quella che è sempre stata la sua grande passione, essendo da sempre stato in contatto con gli ambienti militari a più livelli, non da ultimo anche per merito del servizio di leva: l'ars militaria nelle sue varie forme, dalle strategie alle armi. Questa, connessa all'altra sua grande passione per la storia moderna e contemporanea, e unita ai suoi studi geologici, gli ha permesso di occuparsi di geopolitica per Il Primato Nazionale sin dal 2014. Attualmente scrive anche per Tradizione Militare, periodico dell'Associazione Nazionale Ufficiali Provenienti dal Servizio Attivo.

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