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Argentina: ritornano i tango Bond. Ma questa volta senza casqué

by Salvatore Recupero
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paul singerBuenos Aires, 23 giu – Si stringe nuovamente la Mano Invisibile intorno al collo del popolo argentino. Lunedì scorso la Corte Suprema degli USA, a New York, tramite il giudice Thomas Griesa, ha emesso una sentenza d’appello in favore di un gruppo di proprietari di fondi speculativi statunitensi (hedge fund) contro la Repubblica Argentina. L’Argentina rischia, dunque, l’insolvenza. La Corte Suprema statunitense le ha imposto di pagare 1,3 miliardi di dollari entro il 30 giugno. Questa settimana a New York dovrebbe esserci un nuovo incontro tra le parti. La posizione dei sudamericani è chiara. Il ministro dell’Economia, Axel Kicillof, ha annunciato che il governo intende avviare i passi necessari «per pagare il debito ristrutturato in Argentina e sotto la legge argentina», ma ha aggiunto che i fondi speculativi non riusciranno a scardinare la ristrutturazione del debito già completata.

Per capire meglio la situazione è necessario fare un passo indietro. Erano gli anni ’90, quelli del presidente Carlos Menem, fedele seguace delle politiche del FMI. Il Paese era in una fase di iperinflazione, provocata dalle scellerate politiche monetarie delle giunte militari e del governo democratico di Raul Alfonsin. Nel 1991 il ministro dell’Economia Domingo Cavallo varò il currency board, in altre parole cambio fisso tra peso e dollaro: ogni peso in circolazione dovesse corrispondere un dollaro in riserva. Nel breve periodo l’obiettivo fu raggiunto: fine dell’iperinflazione, della spesa pubblica pletorica e dell’uso generoso dell’emissione di moneta. Sul lungo periodo il risultato fu una massiccia politica di privatizzazione (90% del settore pubblico) con 700.000 lavoratori licenziati. Ma non è tutto. Nel 1994 il governo di Menem firmava a New York il Fiscal Agreement Agency con il Bankers Trust locale. Si tratta dell’atto che stabilisce l’emissione di bond argentini regolati secondo la legge degli Stati Uniti. È proprio questo lo scritto che ha giocato un ruolo fondamentale nella sentenza dello scorso 16 giugno. Praticamente la legge statunitense pesava più di quella argentina. Il risultato ce lo ricordiamo. Il 54% della popolazione si ritroverà nel nuovo millennio in condizioni di povertà. Nel 2001 l’Argentina fu incapace di mantenere la parità e deprezzò il peso che giunse a valere 0.30 dollari; ciò provocò il fallimento di numerose imprese che avevano contratto debiti nella valuta statunitense. Infine, nel gennaio 2002, fu dichiarata l’insolvenza su 80 miliardi di dollari di debito estero. Nel 2003, Nestor Kirchner avviò il già visto processo di rinegoziazione del debito estero, basato sul taglio di 3/4 degli interessi. La sua politica ebbe l’effetto di ridurre la povertà dal 54 al 20% e la disoccupazione dal 24 al 7%. Dopo questo breve excursus storico, torniamo ai giorni nostri.

Chi c’è invece dietro gli hedge fund statunitensi? Questi sono capitanati dal Fondo Elliott Management Corp di Paul Elliott Singer. Costui è l’emblema di quegli esponenti dell’alta finanza favoriti dall’era neoliberale e dai governi filoamericani nei paesi del Sud del mondo. Dagli anni’90 è andato a caccia di debiti sovrani di paesi a rischio, con l’obiettivo di ricorrere in tribunale. Nel 1996 acquistò bond dal Perù di Fujimori. Grazie a questa mossa nel 2000 ottiene 58 milioni di dollari, in virtù della stessa logica usuraia. Recentemente, ha ricevuto 127 milioni dal Congo da cui aveva acquistato titoli, non onorati, per soli 10 milioni di dollari durante i primi anni 2000. Però Singer è un sincero filantropo. Finanzia la mensa per i poveri di New York, la Food Bank, e progetti di sviluppo nel quartiere afroamericano di Harlem. Dona alla polizia, e soprattutto al National Gay and Lesbian Task Force Action Fund. Ha infine firmato il Giving Pledge, orchestrato da Warren Buffett e Bill Gates: l’impegno a devolvere in beneficenza – e non lasciare in eredità – oltre metà del proprio patrimonio personale «per affrontare i grandi dilemmi sociali ed economici del nostro tempo».  Che uomo!

Ed ecco che il liberismo mostra la sua faccia: una nazione di 40 milioni di persone nelle mani di uno speculatore filantropo e democratico. Qualche speranza ci rimane. Questa settimana, gli argentini, come rivela la Reuters, si recheranno negli States per trattare con i creditori. Forse convinceranno l’ebreo Paul Elliott Singer, ricordandogli la storia di Davide e Golia. A nessuno piace soccombere con un colpo di fionda in fronte.

Salvatore Recupero

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Argentina: ritornano i tango Bond. Ma questa volta senza casqué | aggregator 24 Giugno 2014 - 4:41

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