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imagesT027K53PRoma, 26 gen – Finito l’incontro bilaterale Italia-Germania, il nostro premier può stare sereno. Il piazzista toscano è riuscito a convincere anche la diffidente cancelliera tedesca. Si sono sprecati abbracci e strette di mano in quel di Firenze (città dove si è svolto l’incontro). La conferenza stampa finale è stata poi la degna conclusione di questo evento. Angela Merkel plaude al lavoro del governo: “Il piano di riforme di Matteo Renzi è molto ambizioso e importante. È un processo lungo, che sono sicura porterà dei risultati e non deve essere bloccato: l’Italia deve andare avanti”. Gongolando Renzi ha affermato: “L’Italia non ha più alibi. Può e deve mettere il turbo alle riforme”.

Esistono, tante altre cose che il capo del Governo italiano avrebbe dovuto dire al suo omologo tedesco. Ma purtroppo non ha avuto né il coraggio né la voglia di farlo. Andiamo più nel dettaglio.

La prima considerazione deve essere fatta sul dogma che sentiamo ripetere come un mantra quando si parla di tasse. In Italia si dice il peso fiscale è così alto perché ci sono troppi evasori. Tradotto tanti pagano per le colpe di pochi. Il nostro sembra un paradiso fiscali per evasori e criminali. Neanche questo è vero.

Uno studio della Visa Europe, compiuto con la supervisione scientifica di Friedrich Schneider, docente all’università di Linz, ha rivelato che: “l’economia sommersa tedesca è la più consistente di tutti i Paesi europei: 351 miliardi di euro, pari al nero di Gran Bretagna, Belgio, Svezia, Irlanda e Austria messi insieme”.

Passiamo infine a parlare di crimine organizzato. Certamente nessuno può negare che siamo stati abili nell’export delle mafie, ma ciò non toglie che all’estero hanno trovato terreno fertile. Secondo uno studio del Bnd (il servizio segreto tedesco) fatto qualche anno fa: “La ‘ndrangheta è una delle più pericolose mafie d’Europa. La ‘ndrangheta calabrese ha fatto della Germania il territorio di transito preferito per il traffico di droga e armi, ma anche il luogo privilegiato per il riciclaggio dei suoi profitti illegali, con forti investimenti nei settori alberghiero, immobiliare e in gruppi energetici quotati in Borsa”. Oggi la situazione non è cambiata ma anzi è peggiorata. Basterebbe ascoltare il procuratore Nicola Gratteri, grande conoscitore della materia, per dimostrare quanto si è detto.

Un altro mito da sfatare è la virtuosa gestione dei conti pubblici. I tedeschi sono bravi a far di conto. Utilizzano metodi di calcolo poco ortodossi. Nessuno, certo, visti i risultati può dargli torto. Facciamo qualche esempio. Tino Oldani, giornalista di Italia Oggi spiega che: “Da noi le passività di comuni, province e regioni entrano ogni anno nel deficit statale. In Germania, invece, i 600 miliardi di deficit dei Lander rimangono confinati nei bilanci locali”.

Ma questo non basta. Dobbiamo anche aggiungere un altro importante elemento. In Italia il controllo pubblico delle banche nei primi anni ’90 era al 74,5%, contro il 61,2% della Germania. Dopo le privatizzazioni, la proprietà pubblica nelle banche italiane (e indirettamente nella Banca d’Italia) è stata quasi totalmente annullata, mentre la Germania ha mantenuto nel sistema bancario una quota del 52% grazie al quale contribuisce al benessere dell’economia tedesca.

Il ruolo dello stato nell’economia, però, non si limita a questo. In Italia c’è la Cassa Depositi e Prestiti (Cdp), in Germania la Kreditanstalt für Wiederaufbau, la Banca per la ricostruzione, (Kfw). La Cdp e la Kfw hanno due cose fondamentali in comune: sono di proprietà pubblica, e per finanziarsi emettono dei titoli. Una regola contabile dello Stato tedesco, però, esclude “Dal debito pubblico le società pubbliche che si finanziano con pubbliche garanzie ma che coprono la metà dei propri costi con ricavi di mercato”. Il risultato è semplice. I debiti della Cdp pesano sul nostro bilancio statale, quelli della Kfw invece no. E menomale che siamo noti per la nostra furbizia.

Tornando, quindi, al punto nodale di questo discorso. Perché nessuno chiede alla Germania spiegazioni sul suo personalissimo modo di interpretare le regole dell’Eurozona? Il motivo è semplicissimo. Noi non vogliamo difendere la nostra sovranità come fanno loro. Pretendiamo, al contrario, da Berlino il nostro stesso autolesionismo. I tedeschi in Europa gestiscono un vuoto di potere a loro favore. Qualsiasi nazione farebbe lo stesso. Il problema è nostro. Non è certo per colpa della Germania se abbiamo messo in saldo tutto i gioielli di famiglia.

Dal 1994 al 31 dicembre 2003 lo Stato, infatti, ha ceduto quote di proprietà pubblica per un ammontare di quasi 90 mld di euro. Per il raggiungimento di obbiettivi economici di breve periodo, abbiamo rinunciato ai futuri dividendi delle aziende vendute che avrebbero prodotto un aumento del deficit nel lungo periodo. Renzi non vuole rottamare quella stagione riformatrice. Anzi, vuole finire il lavoro. Rassegniamoci, quindi, a vivere come sudditi.

Pertanto, non deve spaventarci l’arroganza teutonica ma l’ignavia italica.

Salvatore Recupero

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