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Baltimora, 2 lug – Un museo di Baltimora vende quadri di quotatissimi artisti bianchi per trovare i fondi per acquisire opere di artiste donne e artisti neri, al fine di proteggere le categorie “speciali”. Un classico esempio di razzismo sotto mentite spoglie, volto a giudicare un’opera d’arte non per il suo reale valore ma in base a chi l’ha dipinta. Nell’operare questa scelta il museo ha fatto l’esatto contrario rispetto alla comune pratica di vendere opere d’arte per finanziare l’acquisto di pezzi che sono più preziosi.
Succede così che quadri di Andy Warhol, Robert Rauschenberg o Franz Kline vengano messi sullo stesso piano non tanto di artisti sconosciuti, ma di pittori che hanno l’unico merito di essere neri o donne. Non serve essere grandi esperti d’arte per riconoscere che nomi come Njideka Akunyili Crosby, Odili Donald Odita o Yoshihiro Tatsuki hanno un’importanza decisamente minore nei parametri museali e artistici rispetto ai colleghi bianchi sopracitati.
Non che costoro, donne e neri, non siano in grado di realizzare opere d’arte ricche di bellezza, fascino e significato, tutt’altro. Ma il direttore del Baltimore Museum of Art, Christopher Bedford, dice chiaramente che la sua politica è volta a tutelare l’identità di genere e di razza in luogo delle capacità artistiche.  “Nell’acquisire opere dei più importanti artisti neri e donne che lavorano negli Stati Uniti – ha affermato – oltre a opere fondamentali da Corea, Cina, Messico e Giappone, ci auguriamo non solo di affrontare metodicamente le omissioni precedenti nella nostra collezione, ma anche di ampliare il canone e la narrativa storica raccontata attraverso l’arte”.
Affermazioni surreali, che dovrebbero far fumare di rabbia quanti il razzismo lo combattono davvero, perché nelle parole del direttore del museo traspare chiaramente una sorta di compassione nei confronti delle due categorie, donne e neri, che a suo dire vanno tutelate perché “speciali”.
Anna Pedri
 
 
 

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