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Londra, 18 Set – “Vissi d’arte, vissi d’amore” cantava la Tosca di Puccini, ma adesso, si sa, fare “arte” – specie se fa discutere – può essere un mestiere remunerativo … ammesso che si abbia il copyright sulle opere. La cosa non riguarderebbe dunque Banksy, che è stato privato del copyright sulla sua famosa immagine, “The Flower Thrower”, quella che ormai campeggia sui muri di ogni fuori sede che si rispetti e su t-shirt di mezzo mondo. Una giuria ha infatti stabilito che l’artista anonimo amico e finanziatore delle Ong pro immigrazione avrebbe tentato di “aggirare la legge” aprendo un negozio pop-up a Londra nel tentativo di proteggere i suoi diritti di proprietà intellettuale. Ma, alla fine, è stata proprio la sua volontà di rimanere anonimo ad avergli remato contro.

L’Ufficio dell’Unione Europea per la Proprietà Intellettuale all’inizio di questa settimana, dopo una battaglia legale durata due anni contro la Full Color Black (una società che si occupa di poster e biglietti di auguri), che ha contestato il diritto di Banksy di usufruire esclusivamente della propria immagine, ha rimesso l’artista inglese e le sue velleità da ribelle al loro posto. Proprio in virtù di questa causa Banksy, il paladino delle Ong, si è deciso ad aprire il negozio. “Forse un motivo poco poetico per tenere una mostra d’arte”, dichiarò all’epoca il writer che decise di riempire il negozio (che in realtà non è mai stato aperto) con articoli “creati appositamente per soddisfare una particolare categoria di marchio ai sensi del diritto dell’Ue”.

Ma il copyright non era da perdenti?

Ma la “furbata” di Banksy e del suo team legale non ha sortito gli effetti sperati. Secondo il sito “The Art Newspaper”, i giudici europei hanno sentenziato così: “Con le sue stesse parole, l’artista ammette che non vi era un uso effettivo del marchio per creare o mantenere una quota di mercato commercializzando merci, ma solo per aggirare la legge”. La domanda per registrare il marchio del “Flower Thrower” è stata fatta nel febbraio 2014, ben 11 anni dopo averla disegnata per la prima volta su un muro a Gerusalemme nel 2003. La stessa immagine è stata scelta come copertina del libro dell’artista. Proprio qui, il writer di Bristol scrisse che l’opera “esalta positivamente la virtù della disobbedienza al diritto d’autore e al diritto dei marchi”. La giuria non ha potuto fare a meno di notarlo. Sempre secondo Banksy, “il copyright è per i perdenti”.

Fregato dal suo stesso anonimato

“Banksy ha scelto di rimanere anonimo e di dipingere graffiti su proprietà di altre persone senza il loro permesso, piuttosto che dipingere su tele o di sua proprietà”, dice la corte europea “se non può essere identificato come “il proprietario indiscutibile di tali opere”, poiché la sua identità è un segreto (…) non si può stabilire senza dubbio che l’artista detenga i diritti d’autore su un graffito”. La sentenza adesso potrebbe interessare anche le altre opere dell’artista inglese. Bella fregatura per colui che con le sue sole forze (economiche) ha finanziato la nave “rosa shocking” e femminista della Sea Watch condotta dalla temeraria Pia Klemp. Adesso forse le Ong potrebbero restituire il favore e passargli un vitalizio.
Nadia Vandelli

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