Il Primato Nazionale mensile in edicola
Roma, 22 mar – “Abbiamo la responsabilità di proteggere i vostri dati, e se non riusciamo a farlo non meritiamo di essere al vostro servizio. Sto lavorando per capire esattamente cos’è successo, e assicurarmi che non accada di nuovo. La buona notizia è che molte misure per prevenire tutto questo sono state già prese anni fa. Abbiamo fatto degli errori, abbiamo fatto dei passi avanti, ma c’è ancora molto da fare”. Alla fine Mark Zuckerberg, amministratore delegato e fondatore di Facebook, ha interrotto il silenzio radio con un lungo post sul suo social facendo “mea culpa” sulla raccolta, a quanto pare senza autorizzazione, dei dati personali di 50 milioni utenti utilizzati poi da Cambridge Analityca a vantaggio della campagna presidenziale di Donald Trump. Ma “Zuck” ha detto una cosa ben più importante delle sue scuse. Ha raccontato che nel 2015 è venuto a sapere da giornalisti del quotidiano britannico The Guardian che lo sviluppatore dell’app che ha acquisito i dati personali degli utenti di Facebook, Aleksandr Kogan – che giustamente si definisce “capro espiatorio” – aveva dato queste informazioni a Cambridge Analytica.
“È contro i nostri regolamenti per gli sviluppatori condividere dati senza il consenso degli iscritti – spiega Zuckerberg – pertanto abbiamo immediatamente bandito la app di Kogan dalla nostra piattaforma, e richiesto a Kogan e alla Cambridge Analytica di certificare formalmente che avessero cancellato tutti i dati acquisiti in modo inappropriato. E loro ci hanno fornito tali certificazioni”. Allora, non vogliamo annoiarvi con questioni tecniche, ma una domanda banalissima pensiamo venga in mente a tutti: Facebook ha veramente saputo da un giornale che cosa stava succedendo? Ma non finisce qua: “Zuck” nel suo post spiega che la scorsa settimana è venuto a sapere – stavolta dal Guardian, dal New York Times e da Channel 4 – che “forse Cambridge Analytica non aveva cancellato i dati così come aveva assicurato. Pertanto è stato immediatamente impedito alla società di utilizzare più alcuno dei nostri servizi”. Questo significa che Cambridge Analytica fino alla scorsa settimana aveva ancora accesso a Facebook.
Leggiamo ancora: “Cambridge Analytica – prosegue Zuckerberg – afferma di aver cancellato i dati ed ha acconsentito a sottoporsi a un audit forense da parte di una società che abbbiamo ingaggiato per dimostrare che i dati sono stati effettivamente cancellati. Inoltre stiamo collaborando con le autorità che stanno indagando per capire che cosa è successo”. Quello che emerge dalle parole del fondatore di Facebook è che non si sa ancora se i dati siano stati effettivamente cancellati, così come non è dato sapere se siano stati copiati e rivenduti al miglior offerente, così come non è dato sapere se verranno utilizzati ancora per “profilare” gli elettori.
Il business online, la totale assenza di privacy per chi naviga in Rete, la facilità con cui si possono aggirare normative e regolamenti interni ci dicono che quel prezioso tesoro di informazioni è già in altre mani (se non ancora in quelle della Cambridge Analytica). Lo scandalo costruito ad arte per attaccare Trump presto si esaurirà in un nulla di fatto, a parte qualche “class action” di quei cittadini statunitensi che non hanno altri preoccupazioni più gravi, evidentemente. Restano due domande: chi ci ha guadagnato con il crollo di Facebook in Borsa, sapremo mai chi ha venduto azioni in vista di questo tracollo pilotato? Ma soprattutto: Zuckerberg ha davvero scoperto tutto dai media, o piuttosto aveva un accordo commerciale con Cambridge Analytica?
Adolfo Spezzaferro

La tua mail per essere sempre aggiornato

1 commento

  1. D’altronde Zuckemberg come si è arricchito?
    Con i dati!
    Non certo tramite le iscrizioni a pagamento su FB.
    Lui ha dato alla gente ciò che voleva:farsi i fatti altrui…
    Così in cambio del “cortile” la gente cede ai server buona parte della propria vita quotidiana.
    In questa società del 21esimo secolo i dati personali valgono MILIONI perchè contribuiscono ad alimentare la società dei consumi.

Commenta