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Roma, 8 set – Ci sono confini labili, altri porosi, ma non mancano neppure quelli fantasma. Ecco, la frontiera himalayana tra Cina e India è forse l’unica ad avere tutte queste caratteristiche. Contesa da decenni e sistematicamente violata da ambo le parti, di tanto in tanto torna a far parlare di sé segnalandoci un conflitto mai spento. Negli ultimi mesi però la tensione da latente si è fatta palese, sfociando in scontri armati fra opposti eserciti. Il più grave di questi è avvenuto lo scorso 15 giugno, quando in Ladakh sono stati uccisi 20 soldati indiani.

Adesso la Cina ha accusato le truppe di Nuova Delhi di aver attraverso illegalmente il confine, ovvero di aver compiuto una “grave provocazione militare”. Di conseguenza, stando a quanto dichiarato dal portavoce del Comando Occidentale dell’Esercito di liberazione popolare cinese, Zhang Shuili, i soldati cinesi “sono stati costretti a intraprendere contromisure corrispondenti per stabilizzare la situazione”. Traduzione basica: hanno risposto al fuoco. Shuili ha fatto sapere che la Cina chiede all’India di “interrompere le azioni pericolose” e quindi di ritirare le truppe che hanno violato il confine.

Viceversa il governo indiano, dopo aver respinto le accuse cinese, ha accusato a sua volta le truppe di Pechino di eccessiva aggressività. “L’esercito indiano ha esercitato grande moderazione e si è comportato in modo maturo e responsabile”, si legge in un comunicato dell’esercito di Nuova Delhi ripreso dai principali media indiani. Analogo registro per vicendevoli accuse, l’India accusa infatti i militari cinesi di aver compiuto “azioni provocatorie”.

Perché Cina e India si scontrano

La rissa di confine tra Cina e India va avanti come detto da decenni. Per l’esattezza, tecnicamente dal 1962, ma le rispettive rivendicazioni sono in realtà secolari. Riguardano in particolare due enormi aree separate: la zona quasi disabitata dell’Aksai Chin e l’Aruchanal Pradesh, abitata da circa 1 milioni di persone. La prima ha un’estensione di 37mila kmq, la seconda di 84mila. Gli indiani sostengono che i confini siano stati stabiliti all’inizio del XX secolo tra l’allora India britannica e le autorità indipendenti (o per meglio dire semi-indipendenti) dello Xinjiang e del Tibet. I cinesi al contrario ritengono che tali accordi non abbiano mai avuto luogo e in ogni caso non possano ritenersi validi.

Due anni fa, il premier indiano Narendra Modi visitò le regioni di confine e Pechino considerò l’iniziativa una provocazione inaccettabile. “La posizione cinese sulla questione dei confini è molto chiara. Il governo della Repubblica Popolare non ha mai riconosciuto l’esistenza della regione di Arunachal Pradesh e quindi si oppone fermamente alla visita del primo ministro Modi in tale area contesa”, disse il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Geng Shuang. Da allora il pericoloso stallo si è protratto fino ad oggi.

Guerra aperta o rissa infinita?

Lo scorso venerdì la Russia, storico mediatore tra le parti, ha tentato di ottenere un’improbabile conciliazione. I ministri della Difesa di Cina e India si sono incontrati a Mosca, ma dopo le solite pacche sulla spalla di circostanza, la conclusione è stata la stessa di sempre: un bel nulla di fatto. Di mezzo non c’è tanto il controllo di aree geografiche particolarmente importanti in termini di risorse naturali ed energetiche, quanto la necessità di preservare la credibilità internazionale. Perdere anche solo un metro di territorio rappresenterebbe per entrambe le potenze asiatiche uno smacco inaccettabile. Proprio per questo però, è altrettanto difficile pensare che l’alta tensione si trasformi in un conflitto totale. Con tutta probabilità assisteremo semplicemente a infinite scaramucce.

Eugenio Palazzini

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