cinaPechino, 3 ott – L’imponente parata organizzata dalla Cina per celebrare i 70 anni della vittoria sul “fascismo giapponese” sta occupando le prime pagine di tutti i quotidiani internazionali. Circa 12 mila soldati schierati in Piazza Tienanmen, 200 aerei militari, decine di carri armati, missili, armi di ogni genere rigorosamente made in China, alcune di queste per la prima volta mostrate al pubblico. Dalla Città Proibita sono poi partiti 70 colpi di cannone, uno per ogni anno dalla fine del secondo conflitto mondiale. Un’esibizione marziale di sicuro impatto, potente, spettacolare. Ci sono voluti mesi per organizzare alla perfezione questo evento, fattore determinante per comprendere la volontà di Pechino di mostrare i muscoli a prescindere dalla recente crisi finanziaria.

E’ sembrato di assistere ai preparativi di una guerra imminente da parte di una superpotenza, risorta dalle macerie di un conflitto il cui esito la collocò comunque nell’elenco dei vincitori. Fu però un successo conseguito, oltre che grazie alla vittoria degli Stati Uniti, che distrussero di fatto la flotta giapponese, non essendo i cinesi riusciti a centrare una sola motovedetta nipponica, della Gran Bretagna e dell’Australia,  dall’esercito nazionalista di Chiang Kai Shek. Nel frattempo Mao si ritirava all’interno del Paese, lasciando che l’esercito del Guomindang si dissanguasse nella lotta contro i Giapponesi. Fu lo stesso Mao in seguito a ricordare tale circostanza con una certa ironia.

Eppure oggi, imponenza marziale a parte, la Cina postmaoista ha forse per la prima volta deciso di ridimensionare le proprie mire espansionistiche. Non solo in campo economico, è proprio il basso profilo militare ad emergere al di là delle apparenze. Il presidente cinese Xi Jinping ha annunciato infatti, proprio in occasione dell’apertura della parata, il taglio di 300mila soldati dell’Esercito Popolare di Liberazione. Una dichiarazione giunta da colui che riveste la carica non solo di Presidente della Repubblica Popolare cinese ma anche di Segretario Generale del Partito Comunista Cinese e pure, soprattutto in questo caso, di Presidente della Commissione centrale militare che guida i 2,3 milioni di soldati dell’Esercito cinese. Un ridimensionamento che mai come oggi può sembrare farsesco ma che lascia spazio all’interpretazione di un noto detto zen: “quando c’è rumore siate consapevoli della quiete al di sotto di esso”.

E’ proprio dalle colonne del nipponico Kyodo News che sono giunti ieri segnali di disgelo dopo le forti tensioni degli ultimi anni tra Tokyo e Pechino. Stavolta non soltanto diplomatiche dichiarazioni di circostanza, la notizia è di ben altro spessore. Proprio nella giornata di ieri Cina e Corea del Sud, da sempre più amiche di quanto fatto credere, hanno annunciato il raggiungimento di un accordo per un vertice sulle questioni storiche e territoriali con il Giappone. Un incontro che avverrà, secondo quanto affermato dal Presidente sudcoreano Park Geun-hye, tra la fine di ottobre e l’inizio di novembre. Certamente nulla è già scritto, niente è scontato. Eppure qualcosa si muove e la direzione non sembra quella dello scontro. Siamo alla quiete dopo la tempesta?

Eugenio Palazzini

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2 Commenti

  1. sono come i partigiani italiani..non hanno sparato un colpo durante la guerra..ma l’hanno vinta. Di colpi ne hanno sparati solo a guerra finita per massacrare popolazioni inermi

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