Roma, 15 mar – Cosa sta succedendo in Corsica? Per capirlo, occorre un breve quadro storico sugli eventi che hanno preceduto le rivolte di questi giorni.

Era il 1997 quando cinque individui incappucciati raggiunsero la sede della brigata di gendarmeria del paesino di Pietrosella – nel sud-ovest della Corsica – per piazzarvi dell’esplosivo in nome del Fronte Nazionale di Liberazione Còrso (le cui azioni erano generalmente mirate a colpire luoghi-simbolo piuttosto che singole persone, anche se già da qualche anno a causa di divisioni e faide interne si stava assistendo a un pericoloso processo d’involuzione), contestualmente prendendo brevemente in ostaggio due militi e impossessandosi delle rispettive pistole Beretta.

Il detonatore: l’aggressione in carcere a Ivanu Colonna

Cinque mesi più tardi, la sera del 6 Febbraio 1998, una delle due armi venne fatta ritrovare a terra accanto al corpo senza vita del prefetto Claude Érignac, freddato con tre proiettili in pieno centro ad Ajaccio. Fra i vari componenti del commando cui l’inchiesta condotta dalla polizia giudiziaria e dall’antiterrorismo francesi – inizialmente confusionaria – alfine attribuì la paternità dell’attentato figurò Ivanu Colonna, accusato di essere stato l’esecutore materiale del delitto. Arrestato dopo più di quattro anni di ricerche, al termine di un iter giudiziario particolarmente frastagliato, sarebbe poi stato condannato all’ergastolo e imprigionato con lo status di “detenuto particolarmente segnalato”.

Tale status prevede che ogni spostamento nel carcere debba essere sorvegliato da vicino, eppure quasi due settimane or sono – la mattina del 2 marzo – evidentemente non c’era traccia di guardie penitenziarie durante i terribili otto minuti in cui Franck Elong Abé, un jihadista camerunese catturato qualche anno fa in Afghanistan, ha avuto modo nella palestra della prigione di Arles di malmenare, strangolare e in tal modo ridurre in coma lo stesso Colonna adducendo poi – non però subito dopo il fatto – come movente una presunta bestemmia proferita dalla vittima.

Le prime proteste 

Una volta giunta la notizia (in un primo momento – per di più – sembrava che l’indipendentista còrso non fosse sopravvissuto), immediatamente spontanee manifestazioni e azioni di protesta si sono moltiplicate praticamente senza soluzione di continuità ad Ajaccio e in numerose località di medie e piccole dimensioni dell’Isola, con un particolare attivismo – così non lo si ricordava da tempo – degli studenti dei licei e dell’Università di Corsica. In un clima di tensione crescente, che il 6 marzo già aveva portato ben quindicimila persone a radunarsi a Corte, domenica 13 un numero non molto dissimile di cittadini isolani fra cui attivisti, militanti e figure politiche di tutte le formazioni del variegato campo nazionalista (del quale peraltro è espressione, ormai da tre elezioni a questa parte, l’esecutivo regionale) si è ritrovato a Bastia per una marcia che per le vie della città fondata dai Genovesi, dietro all’icastico striscione «Statu francese assassinu», ha visto tante bandiere con la testa mora sventolate e ostentate in un generale anelito di «Ghjustizia e Verità».

Cosa sta succedendo adesso in Corsica

Mentre il tutto si era svolto in un clima acceso ma composto lungo il percorso dai pressi del palazzo di giustizia fin sotto la sede della prefettura, è lì che poco dopo le sedici alcune centinaia di giovani dal volto coperto – esponenti, evidentemente, delle frange meno propense al compromesso – hanno alzato il livello del confronto con il massiccio schieramento di forze dell’ordine disposto dalle istituzioni francesi: con bottiglie molotov, fumogeni, pietre e armi ad aria compressa sono stati assaltati la prefettura medesima e altri edifici dalla valenza emblematica come quello della direzione dipartimentale delle finanze pubbliche, parzialmente violato e dato alle fiamme, nonostante il massiccio utilizzo in senso opposto di gas lacrimogeni e granate assordanti. Solo verso le 21:30 è quindi ritornata la calma, in definitiva essendosi registrato un bilancio di oltre novanta feriti dei quali settanta fra i tutori dell’ordine.

Se la volontà di esprimere vicinanza a Colonna – il quale, pure dinanzi alla condanna a titolo definitivo, ha costantemente continuato a dichiararsi innocente – accresciuta dagli inevitabili sospetti nei confronti di Parigi per l’ingiustificabile dinamica della tremenda aggressione in carcere è stata il detonatore delle ferme proteste di questi giorni, pare chiaro che le istanze propugnate da chi ha manifestato e continuerà a farlo concernono un tema – quello del riconoscimento della specificità del popolo còrso – in merito al quale evidentemente neppure negli ultimi anni si sono registrati passi in avanti che non siano le solite promesse vane o le timide aperture al dialogo da parte del governo francese (che, nel corso di questa settimana, invierà sull’Isola per due giornate di colloqui istituzionali il ministro dell’Interno).

Giulio Consoli

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