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Roma, 15 lug – Cosa succede a Cuba? Intanto, alzi la mano chi conosce il nome di un attuale leader cubano. Neppure a sinistra, se non tra analisti e osservatori più attenti, nessuno si fila più l’isla bonita. A Cuba i barbudos sono appena un nostalgico ricordo e il fascino del socialismo in salsa caraibica si è lentamente spento, malinconica eclissi di un sogno tratteggiato con pastelli. Da tempo agonizzante, le onde che si infrangono sul Malecón di L’Avana oggi appaiono come la prattiana ballata di un mare salato. Eppure dal 1959 Cuba appare immutata, sembra aver fermato le lancette e continua a dividere l’Occidente.



Cuba, quale modello alternativo?

Per alcuni – sempre meno– rappresenta da sempre un modello alternativo al sistema capitalista, per altri è semplicemente una dittatura comunista. I primi si sono divisi in due fazioni, da una parte i guevaristi che accusavano Castro di aver tradito gli ideali del Che, dall’altra i guevaristi che accusavano gli Usa di aver impedito a Cuba di realizzare fino in fondo il sogno rivoluzionario del Che. Per tutti gli altri l’isola caraibica è solo l’ultima stella dello scomparso firmamento sovietico, da non disdegnare come meta turistica perché il clima è invitante e il sesso a buon mercato. Qui si ferma la superficialità analitica occidentale, obnubilata dal più ottuso dei manicheismi. E da qui, come ogni volta che si parla di Cuba, dobbiamo partire per comprendere cosa sta accadendo adesso.

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A suon di equivoci

Perché la verità stavolta non sta nel mezzo, come da inflazionato adagio romano. Sta oltre, al di là dei paraocchi storpianti. Le rivolte di questi giorni sono il segno di un’epoca archiviata dalla storia. Quando si invoca il pane e domina la repressione, non è possibile perpetrare il sostegno incondizionato a un modello fallimentare. E quello cubano tale si è rivelato: un sistema politico che non garantisce un’alternativa credibile al liberismo in campo economico. Il richiamo alla sanità gratuita e all’istruzione per tutti è condivisibile, ma non basta a giustificare una decennale paralisi. E’ un esempio buono al massimo per rinsaldare la fascinazione vintage di un Gianni Minà o plaudire ai documentari di Michael Moore. Vista da fuori, dal comodo divano Ikea dell’ingenuità social socialista, la povertà dignitosa risulta ammaliante. E’ sempre da quella candida postazione che si può allora imputare soltanto all’embargo – seppur vergognoso – la devastazione.

Viceversa chi ritiene che Cuba possa trasformarsi in terra prospera soltanto rimuovendo l’illusione comunista pecca di sciocca presunzione. Non si può guardare a un’isola dei Caraibi come a una potenziale Svizzera. Farlo significa non contestualizzare, chiudendo gli occhi di fronte alla mappa geopolitica. Chiunque invochi la “democrazia” per Cuba, basata sui parametri occidentali, dovrebbe osservare la situazione di Haiti. La tragica illusione comunista può trasformarsi in un incubo liberista, in un soffio di vento caldo.

Cosa succede a Cuba

La verità è che L’Avana è stata abbandonata da tutti. Azzoppata dall’isolamento internazionale, dalle ottuse sanzioni Usa e dall’evaporazione prima dell’Urss e poi del Venezuela. Con la Cina che scruta sorniona da lontanissimo, senza troppo immischiarsi. E adesso senza turismo Cuba rischia il tracollo. Quel turismo che muoveva gran parte dell’economia dell’isola ora non c’è. Non a caso lo scorso anno l’economia cubana ha subito un crollo dell’11%, il peggior calo in quasi trent’anni. Ma il processo di cambiamento non sarà immediato, i cubani non hanno mai avuto fretta, la fretta è una peculiarità del nostro mondo sotto continuo stress, incapace di sedersi su un malécon ad osservare il lento tramonto tropicale. Eppure un cambiamento ci sarà ed è quello che adesso più spaventa tutti. La fine dell’isolazionismo di Cuba è un’arma a doppio taglio per tutte le parti in gioco, anche per gli Usa che temono un’ondata di sbarchi in Florida e una difficile gestione del dopo.

Una poesia di José Martí, rivoluzionario cubano di fine ottocento considerato tuttora a L’Avana padre della nazione, recita così: “Per l’amico sincero che mi tende la sua mano franca e per il nemico che mi strappa, non coltivo spina né bruco, coltivo la rosa bianca”. E’ quella differenza che nessuno riesce a cogliere. E che mantiene Cuba imprevedibile.

Eugenio Palazzini

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6 Commenti

  1. E bene anche non scordare che il comunismo è una fase precisa del capitalismo… Quest’ ultimo non cambia faccia fin tanto che non conviene o non è obbligato!

  2. il comunismo e’ una fase del capitalismo?! LOL 😀 , dove lo hai letto nella sorpresa del pacchetto delle patatine?! che bestie…

  3. Comincia a studiare la fisiocrazia, l’ attacco al mondo contadino da parte del capitalismo di Stato (l’ appropriazione dei mezzi di produzione ti dice nulla, genio?), la generazione del surplus (più che la sua distribuzione), la nascita relativamente recente del comunismo e un po’ di W.Sombart…
    Parità dei punti di partenza e parità dei punti d’ arrivo… con Gagarin nello spazio alla faccia di chi continua a succcare come te. Manco i cani!
    Se sapessi argomentare faresti meno la figura dello scemo mediatico.

  4. Per favore, non paragonare Haiti con Cuba, due nazioni con problematiche del tutto differenti.
    La MAGGIORANZA del popolo cubano vuole LIBERTA’, non vuole essere obbligato ad andare ai comizi, non vuole i comitati di barrio con i suoi picchiatori, non vuole essere indottrinato alla forza, non vuole dire sempre di SI se crede NO, non vuole votare per un partito unico. IL governo critica l’embargo USA, ma rifiuta i corridoi umanitari, tilta di vermi i rifugiati, ma ne gode i dollari che i vermi inviano. I militari controllano con una banca i dollari inviati dai vermi. Le concessioni del regime, dopo la rivolta e’ basata dalla liberazione delle tasse doganali su certi generi che i viaggiatori vermi porteranno a Cuba.
    Se Il regime cambiasse, si Cuba fiorirebbe nel benessere della liberta’ e progresso, dovuto alle immediate inversioni dei vermi, perche’ Cuba non e’ Haiti. In quanto alle evoluzioni capitalismo-comunismo et viceversa, e’ certamente veritiero, partendo dal punto primario di quale regine in carica genera il soppruso, la reazione del popolo opprimito sara, maggiore e contraria, senza importare il colore del nuovo regime.

  5. A Eugenio Palazzini: mi e’ piaciuto il suo commento, purtroppo dice molte verita’ con l’eccezione del paragone caraibico Cuba-Haiti. Io sono un vecchio ingeniere classe 1954, scappato dall’Italia nel 1977, ho vissuto in tutto il centro, sud America e Caraibi, adesso ritirato in Florida USA. Le problematiche tra i due regimi sono totalmente differenti senza un possibile paragone. I Cubani vogliono solamente LIBERTA’, sono stanchi dei “periodi speciali” delle promesse mai mantenute, stanchi di dire SI se credono NO, stanchi di votare per un solo partito, stanchi di essere indottrinati alla forza, stanchi dei fare servizi comunitari obbligatori senza materiali, stanchi di non poter andare in un hotel o ristorante o spiaggia “per turisti”, stanchi di dipendere dai dollari dei VERMI (cubani espatriati) che poi vengono manipolati da una banca dell’esercito cubano, stanchi di essere inviati per il mondo come un gagliardone promozionale del comunismo, ricevendo 1/3 di quello che lo stato ha ricevuto, le missioni anti CVD non furono gratis, a parte il fatto che un polizia generico, piantone, guadagna di piu’ di un medico.`Stanchi di essere manipolati al lavoro per poter ottenere il permesso di comprare un frigorifero, stanchi di essere spiati dal “comite’ del barrio”, stanchi di essere picchiati dalle turbe filogoverno,stanchi di ascoltare sempre che la colpa e’ dell’embargo USA, come se gli USA fossero l’unica nazione al mondo. Io mando ai miei amici cubani ceste di viveri atrraverso agenzie in Florida che poi vengono ricevute direttamente alle loro case. Il famoso embargo naque dall’espropiazione dei terreni e delle industrie e di tutto cio che possedevono “i capitalisti” divenne tutto del POPOLO, si sa’ il risultato, poi per poter sopravivere diedero il “permesso” a spagnoli e canadesi di costruire catene di alberghi e creare l’industria turistica, purtroppo la vecchia Abana e le prostitute non e’ folclore, e’ dolore, Se il cumunismo finisse le inversioni dei VERMI porterebbero benestare e stabllita’ sociale istantanea, compreso le mie inversioni che farei subito, ma mai in Haiti, dove so come funzionano le differenti bande, o, mi scusi, le differenti organizzazioni sociali per l’inversione et emancipazione.
    A Fabio Crociato: cio’ che dice e’ certo, pero’…un regime totalitario di qualsiasi colore prima o poi il popolo oppresso lo tramutera’ in un regime opposto, la liberta’ sempre ha un prezzo, i cubani stanno pagando da molti anni e pageranno ancora.

  6. Il tuo riscontro di verità e la tua conclusione “amara” mi esorta a lasciare tutto alla riflessione dei migliori piuttosto che riscontrare subito con estremo rischio di “confondere”.
    Comunque il capitalismo è una belva da saper domare!!

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