Roma, 17 mag — “La crisi umanitaria causata dalla guerra in Ucraina e il precipitare dell’imprevedibile ambiente operativo hanno portato McDonald’s a concludere che la continua proprietà dell’attività in Russia non è più sostenibile, né è coerente con i valori di McDonald’s.” Queste le parole comparse nel comunicato ufficiale di McDonald.

La guerra in Ucraina ha portato molte società Occidentali ad abbandonare la Russia e l’ultima di queste, dopo il recente caso Renault, è la famosa catena di fast food, che già chiuse i battenti dei propri punti vendita l’8 marzo, simbolo per eccellenza dell’opulenza occidentale, del capitalismo made in USA e della sua portata globalizzante e omologatrice, ossia quella che alcuni chiamano standardizzazione, o meglio, citando George Ritzer, mcdonaldizzazione, del servizio e del prodotto. Secondo il New York Times, McDonald’s venderà il suo business a un compratore locale, gli stessi punti vendita non utilizzeranno più il celebre logo. Questa pratica è nota come de-arching.

Più di trent’anni di fast food in Russia: la diplomazia dell’Hamburger

Lo scatto del primo McDonald’s aperto in Russia fece il giro del mondo. Siamo nel 1990, proprio agli sgoccioli dell’URSS, la storica immagine scattata cristallizza le file di persone in attesa di acquistare il loro hamburger. Un evento di grande portata propagandistica che avrebbe segnato una cesura storica all’insegna della diffusione del liberismo economico più sfrenato, capace di produrre effetti nefasti in Russia negli anni a seguire.

Le motivazioni di McDonald’s

Le parole vergate di Chris Kempczinski, attuale amministratore delegato della società, non potrebbero essere più esplicative dello spirito americano capace di rappresentare i propri valori attraverso le proprie principali entità economiche:

“[…]McDonald’s in Russia incarnava la nozione stessa di glasnost e assunse un significato smisurato. […] Come sapete, quasi tutte le multinazionali come McDonald’s stanno riconsiderando la loro presenza in Russia. Questa è una questione complicata, senza precedenti e con profonde conseguenze. Mentre riflettevo su questo problema, mi sono posto cinque domande fondamentali, le prime quattro delle quali sono pratiche e in gran parte commerciali: siamo legalmente autorizzati a operare nel Paese? Abbiamo la libertà di gestire l’attività e soddisfare le esigenze dei nostri clienti e del personale senza ostacoli? La nostra presenza sul mercato sta migliorando il marchio per le nostre operazioni globali? E ha un buon senso per gli affari? Sfortunatamente, la risposta a ciascuna di queste domande è attualmente no — e non vedo che cambierà per il prossimo futuro. La quinta e ultima domanda è più complicata: è in linea con i nostri valori? […] Ma è impossibile ignorare la crisi umanitaria causata dalla guerra in Ucraina. Ed è impossibile immaginare che gli Archi d’Oro rappresentino la stessa speranza e promessa che ci ha portato ad entrare nel mercato russo 32 anni fa.”

A quel famoso primo punto vendita di McDonald’s a Piazza Pushkin di Mosca ne seguirono altri 850 inaugurati e avviati nei tre decenni di attività in Russia: il celebre arco d’oro inaugurò i suoi battenti da ovest ad est partendo dalla celebre exclave Kaliningrad, passando per Nizhny Novogrod, fino a Vladivostok, capolinea della famosa Transiberiana appollaiata sul Mar di Giappone, situata a quasi 10.000 chilometri da Mosca.

McDonald’s: un monito per la globalizzazione?

Sin dall’inizio del conflitto, oltre alle analisi geopolitiche, si è parlato spesso dello scontro ideologico di due mondi: da una parte il cosiddetto Occidente, termine assai usato e abusato, dall’altra una Russia che simboleggerebbe una visione tradizionalista, quasi un argine o addirittura un Catéchon. Promotore di questa visione il celebre filosofo e politologo Alexandr Dugin, a cui ultimamente e talvolta impropriamente si sta dando spazio nella stampa occidentalista.

Infine, restando in tema, fu proprio Giulio Tremonti, uno dei membri delle élite economiche e presidente dell’Aspen Institute Italia, a parlare di fine della globalizzazione in due occasioni recentemente, riportiamo di seguito le ultime dichiarazioni: “La fine della guerra, quando ci sarà, non segnerà la fine del disordine. E’ la fine dell’utopia e il ritorno della geografia. Forse anche il ritorno della storia? Chi pensava che si fosse conclusa con il crollo del Muro di Berlino si sbagliava. La storia è tornata con gli interessi arretrati, accompagnata dalla geografia. La struttura della globalizzazione viene definita nel 1994 con l’accordo Gatt (General Agreement on Tariff and Trade, ndr), contenuto nell’allegato 1.a dell’Accordo istitutivo della Wto, dove trade non sta per commercio ma mercatismo”.

Con tutta probabilità il confronto a cui stiamo assistendo assomma a sé una serie di aspetti e caratteristiche che includono lo scontro su più piani e livelli: si parte, senza dubbio, da quelli che sono le dinamiche geopolitiche, in primis di USA e Russia, dove l’Europa ma anche l’Italia non sono pervenute, per toccare importanti implicazioni economiche, culturali e religiose, di cui recentemente abbiamo scritto.

Un nuovo assetto multipolare

Se per McDonald’s questo addio non inficerà i piani dell’azienda che prevedono l’apertura di ben 1.300 nuovi punti vendita nel mondo, alcuni analisti sono convinti che, al pari del suo esordio nell’ex Unione Sovietica, l’uscita di McDonald sia l’inizio simbolico di una nuova generatrice non tanto di una nuova Cortina di Ferro, quanto piuttosto, con più probabilità, di un nuovo assetto multipolare causato anche dal lento e inesorabile declino statunitense, i cui recenti sintomi si sono manifestati non solo nella tragicomica fuga dal teatro afghano, dove gli yankee erano presenti da due decadi, ma anche nel cuore dello stesso impero a stelle e strisce, teatro – o forse circo – in cui l’inflazione, già partita ben prima della crisi ucraina, galoppa, la crisi sociale concretizzata dalla contrapposizione Red Nation vs woke si fa sempre più pressante e le elezioni di midterm sono dietro l’angolo per una presidenza Biden che alterna indimenticabili gaffes, a tentativi, assai pericolosi per il mondo intero, di ribadire il proprio destino manifesto.

Infine, dando voce all’uomo della strada che abita ognuno di noi, alcuni commenti provocatori e ironici sostengono che finalmente i russi ora potranno vedersi accrescere le loro aspettative di vita.

Valerio Savioli

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