Berlino, 21 giu – A Berlino è stato proposto al Senato federale di rinominare lo stadio Jahn-Sportpark, sito nel distretto di Pankow. Il motivo? Il patriota tedesco Friedrich Ludwig Jahn, la personalità a cui è intitolato il complesso sportivo, era «un convinto antisemita». La mozione, neanche a dirlo, è stata presentata dal gruppo della Linke presso l’assemblea del distretto berlinese. Secondo gli esponenti della sinistra, infatti, lo stadio dovrebbe essere votato ai «valori dell’inclusione» (qualunque cosa ciò voglia dire) e per questo ha proposto di rinominare l’impianto sportivo in onore dell’editore e collezionista d’arte ebreo Rudolf Mosse. Che però, al contrario di Jahn, non aveva e non ha nulla a che fare con lo sport.

Ma chi era Friedrich Ludwig Jahn? Pedagogista e patriota di chiara fama, Jahn (1778-1852) si distinse nelle lotte di liberazione anti-napoleoniche, diventando figura di riferimento dell’orgoglio nazionale tedesco. Inoltre – e per questo gli era stato intitolato lo stadio – Jahn è il fondatore del movimento ginnico tedesco, tanto da essere passato alla storia come Turnvater, cioè «padre della ginnastica». I princìpi su cui si reggeva la filosofia sportiva di Jahn erano riassunti nelle «quattro effe» (frisch, fromm, fröhlich, frei), ossia «sano», «devoto», «allegro» e «libero». Così il patriota tedesco spiegava l’alto significato di questa filosofia: «Sano: tendere a ciò che è giusto e conseguibile, fare il bene, pensare al meglio, scegliere l’ottimo. Libero: mantenersi liberi dalla spinta delle passioni, dal peso del pregiudizio, dalle paure dell’esistenza. Allegro: godere dei doni della vita, non abbandonarsi allo sconforto dinanzi all’inevitabile, una volta passata la prova non mantenersi nel dolore, farsi animo e risollevarsi dinanzi al fallimento delle migliori imprese. Devoto: compiere i propri doveri, con affabilità e socievolezza, fino all’ultimo: tornare al focolare».

I tedeschi, è noto, da una settantina d’anni a questa parte hanno più di qualche problema a valorizzare la loro identità nazionale. Di qui una ricerca morbosa di cancellare, o perlomeno demonizzare, tutte le tracce di un passato ritenuto «scomodo». Se questo può essere comprensibile per quanto riguarda l’esperienza nazionalsocialista, meno giustificabile è la smania di condannare anche quei patrioti e quei romantici che nell’Ottocento si batterono per una Germania libera e unita. Una Germania che oggi sarà pure unita, ma libera non lo è più da un pezzo.

Giovanni Coppola

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