libia-150901111503Tripoli, 1 sett – Nella giornata di ieri una autobomba è esplosa nelle vicinanze del quartier generale della Mellitah Oil and Gas company, una joint venture tra la libica National Oil Corporation e l’Eni, a Tripoli.

Secondo quando riporta il quotidiano Libya Herald l’autobomba è esplosa nel quartiere di Dahra causando l’esplosione successiva di altre due vetture parcheggiate e, al contrario delle prime notizie giunte, non ci sarebbero feriti come anche confermato dal portavoce dell’Eni.

L’attentato che cade all’indomani dell’anniversario della presa del potere da parte di Gheddafi è stato rivendicato dall’IS su Twitter che scrive come i suoi “impavidi soldati” abbiano punito “gli apostati”.
Nella giornata di oggi invece l’attacco contro gli impianti di trasformazione di Mellitah, sempre della medesima joint venture a partecipazione Eni, sembra non aver avuto luogo a dispetto delle prime informazioni giunte in mattinata che indicavano l’occupazione dello stesso da parte di un sedicente gruppo armato chiamato “I rivoluzionari dell’area occidentale”.

L’autobomba di Tripoli è esplosa a poche ore dall’annuncio della società di San Donato Milanese della scoperta di un importante giacimento di gas naturale al largo delle coste egiziane che sarà in grado di modificare gli equilibri energetici, e quindi geopolitici, della regione. Sebbene non vi siano elementi per ritenere collegati i due fatti, anzi risulterebbe essere più plausibile un attacco in occasione dell’anniversario dell’ascesa al potere di Gheddafi, non è comunque da escludere che l’IS abbia voluto dare un segnale all’Eni (e all’Italia) soprattutto considerando l’impegno che l’Egitto ha profuso nella lotta contro lo Stato Islamico in Libia.

Ricordiamo che l’Italia, tramite l’Eni che almeno sino alla caduta di Gheddafi era partner preferenziale nella ricerca e produzione di idrocarburi, importa ancora gas (9% del totale) e petrolio (7%) dalla Libia pertanto un eventuale attacco dell’IS agli impianti di distribuzione, produzione e stoccaggio rappresenterebbe un messaggio politico forte da mandare a Roma.

Paolo Mauri

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