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ErdoganAnkara, 2 set – Poco più di una settimana fa, l’esercito turco ha dato inizio all’operazione Scudo dell’Eufrate, che ufficialmente era rivolta contro la presenza dell’Isis a Jarabulus, importante città sul confine turco-siriano, ma che in realtà era un chiarissimo messaggio rivolto alle formazioni curde delle Syrian Democratic Forces (SDF), che pochi giorni prima avevano liberato Manbij dalla presenza dei miliziani del Califfato. In pratica, hanno attaccato un nemico per colpirne un altro, tattica più volte usata, da diversi eserciti, anche nella storia recente. E visto che i Turchi hanno impiegato poche ore per sgomberare Jarabulus, a fronte dei tre mesi impiegati dalle SDF per prendere Manbij, il messaggio è stato piuttosto forte.
La mossa ha sortito i suoi effetti, visto che anche gli Stati Uniti, sponsor delle SDF (che fino a pochi giorni fa hanno avuto un atteggiamento piuttosto morbido nei confronti del Governo di Damasco, tanto da condividere con l’esercito di Assad il controllo della provincia di Al Hasaka), hanno chiesto ai reparti curdi di ritornare a est dell’Eufrate, lasciando al Free Syrian Army (FSA) il controllo della sponda occidentale del fiume.

L’azione turca sembrerebbe dunque coordinata con Washington, ma il via vai diplomatico nei giorni che l’hanno preceduta lascia supporre che anche la Russia e l’Iran, che in questo periodo stanno facendo da mediatori fra Ankara e Damasco, abbiano dato il loro assenso all’operazione. Stando al quotidiano kuwaitiano Al Rai, sarebbe proprio questa la chiave di lettura più corretta, per cui Putin, nell’incontro di San Pietroburgo, avrebbe dato il suo placet all’intervento turco in cambio dell’impegno di Erdogan a non impegnarsi in alcuno scontro con l’esercito regolare siriano. La logica della collaborazione fra Russia e Turchia sarebbe quella di limitare le ambizioni curde alla creazione di un’entità autonoma nel nord della Siria, una minaccia sia per l’integrità dello Stato siriano, sia per la questione curda all’interno dei confini turchi. Inoltre, poiché la Turchia per questa operazione si è avvalsa dei reparti del FSA, che agli occhi di Assad in questo momento è il nemico meno pericoloso, questa iniziativa andrebbe a spezzare la collaborazione fra il FSA e i ribelli integralisti, guidati dal Fronte per la liberazione del Levante, ovvero Al Nusra, filiale siriana di Al Qaeda, indebolendo così i reparti presenti ad Aleppo, e aprendo la via alla riconquista della città da parte delle formazioni fedeli al Regime. Questa chiave di lettura spiegherebbe quindi sia l’improvvisa rottura fra l’esercito siriano e i Curdi nella zona di Hasaka, sia i nuovi attacchi dell’esercito di Damasco e dei suoi alleati di Hezbollah nella zona di Aleppo, da cui si sarebbero appunto defilati i reparti che fanno riferimento al FSA, per raggiungere il nord del Paese, teatro delle operazioni turche.

E proprio dalla Turchia – che per cinque anni ha osteggiato in ogni modo Assad – c’è stata una netta apertura alla possibilità che un governo di transizione incaricato di trascinare la Siria fuori dalla guerra civile sia guidato proprio da Assad. Ankara sottolinea il carattere temporaneo della concessione, ma il solo fatto che ipotizzi un “governo Assad” come chiave per uscire da una guerra civile nata proprio con lo scopo di defenestrare il Presidente, la dice lunga. In questa prospettiva la Turchia potrebbe portare l’opposizione moderata a deporre le armi, spingendola a rientrare nel gioco politico siriano e garantendole contestualmente una forma di tutela contro eventuali ritorsioni del Governo. A quel punto l’unica minaccia alla pace sarebbe costituita dalle milizie islamiste – più che dall’Isis, che ultimamente sembra incapace di iniziative militari degne di nota – le quali però, perso il supporto logistico della Turchia avrebbero ben poche carte a disposizione. Quasi nessuna, se l’interminabile battaglia di Aleppo dovesse risolversi con una vittoria governativa.

Se le cose stessero davvero così, quasi tutti i soggetti coinvolti avrebbero motivo di cantare vittoria: Assad resterebbe al suo posto, anche se parzialmente depotenziato, e passerebbe alla storia come il leader capace di resistere a più di cinque anni di guerra civile contro un nemico potentissimo; l’Iran avrebbe coronato il sogno di una regione a guida sciita dal Mediterraneo all’Oceano Indiano; la Turchia potrebbe dire di aver sventato l’ennesima minaccia curda alla sua integrità statale (e inoltre Erdogan potrebbe dare una ripulita alla sua immagine, un po’ appannata, grazie al decisivo intervento contro l’integralismo islamico). Fra le superpotenze, la Russia uscirebbe rilanciata sotto ogni punto di vista, e gli Stati Uniti, pur senza brillare, potrebbero comunque trovare una formula diplomatica per dirsi soddisfatti, nonostante gli infiniti errori tattici e strategici che fanno pensare che in realtà a Washington, di tutta questa vicenda, non ci abbiano capito granché. Il grande sconfitto sarebbe dunque l’Arabia Saudita. La quale però, in questo momento, ha ben altro cui pensare, visto che l’invasione dello Yemen, oltre ad aver esposto al ridicolo le sue forze armate, sta registrando continue incursioni dei ribelli Houthi oltre il confine fra i due Paesi, costringendo Riad sulla difensiva.

Tuttavia, anche se l’inerzia della situazione sul campo sembrerebbe portare a queste conclusioni, cinque anni e mezzo di guerra civile insegnano che non c’è nulla di scontato su un palcoscenico che conta così tanti attori, ciascuno con alcuni obiettivi in comune e altri in conflitto con quelli degli altri soggetti coinvolti. E non va dimenticato che il sedicente Califfato, a dispetto della sua apparente immobilità bellica, e dei reiterati proclami di imminenti assalti da parte tutti i suoi nemici, sia in Siria che in Iraq, continua a mantenere il controllo su un territorio vastissimo, esteso da Mosul ad est fino alla periferia di Aleppo ad ovest. Territorio che fa gola a tutti, e proprio per questo motivo non sarà facile trovare un accordo capace di liberare il medioriente dall’anacronistico medioevo imposto dall’Isis.

Mattia Pase