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Roma, 6 mar – “Non sempre concordiamo su tutto”, ma quando il momento “si fa critico” Turchia e Russia sono “sempre in grado di trovare un’intesa comune e arrivare a una soluzione”, ed è quanto “abbiamo fatto anche oggi”. Vladimir Putin ha commentato così l’accordo sulla Siria raggiunto ieri con Erdogan, dopo un lungo colloquio al Cremlino durato oltre 6 ore. Un compromesso, al momento nulla più di un compromesso, che prevede il cessate il fuoco nella regione nord-occidentale siriana di Idlib a partire dalla mezzanotte tra il 5 e il 6 marzo. I due leader si sono accordati anche su un corridoio di sicurezza lungo l’autostrada M4 nei pressi di Saraqib e hanno stabilito pattugliamenti congiunti russo-turchi nella stessa area a partire dal 15 marzo. L’autostrada M4 è strategica perché collega Latakia e Aleppo, dunque la costa e la seconda città siriana, e nel suo tratto più a ovest passa per Idlib. Non solo, si tratta di un collegamento fondamentale per gli scambi commerciali con l’Iraq e fino all’intervento turco nel nord della Siria alcuni tratti venivano sfruttati dai curdi per rifornire varie città finite sotto il loro controllo.

Putin, dopo l’incontro con Erdogan, ha auspicato “che questi accordi servano da buona base per mettere fine alle ostilità a Idlib, pongano fine alle sofferenze della popolazione civile e alla crescente crisi umanitaria e creino le condizioni per continuare il processo di pace in Siria”. Quanto però siano fragili lo dimostrano le parole del “sultano” turco, anch’esse pronunciate al termine dell’incontro al Cremlino: “Le forze del regime siriano hanno violato gli accordi e gli abitanti di Idlib sono scappati. Assad vuole spazzare via i civili in quella regione e noi non staremo a guardare”. Dichiarazione sibillina che non assicura certo la durata dell’intesa.

Un accordo fragile ma necessario

Ma facciamo un breve passo indietro per comprendere quanto il braccio di ferro tra Mosca e Ankara sia foriero di imprevisti, battute di arresto e conseguenti necessità di sedersi nuovamente a un tavolo. Nel 2018, a Sochi, Erdogan e Putin si erano accordati per sospendere la guerra nella regione di Idlib. La Turchia allora aveva creato una zona di de-escalation, da non confondersi come spesso avviene con “area demilitarizzata”, visto che l’esercito di Erdogan in quell’occasione aveva temporaneamente estromesso dal controllo di alcuni territori i gruppi armati jihadisti (fino a quel momento sostenuti militarmente ed economicamente da Ankara) creando 12 postazioni militari turche. Il 27 febbraio la fragile tregua si è ufficialmente interrotta. Erdogan ha lanciato missili terra-aria, innumerevoli droni armati turchi hanno colpito le postazioni siriane e non è dato sapere quante vittime civili abbiano provocato.

Otto delle postazioni militari controllate dai turchi adesso sono circondate dalle truppe di Assad che hanno riconquistato importanti pezzi di territorio a partire dallo scorso gennaio. Ma soprattutto Erdogan ha disatteso completamente il quinto punto dell’accordo (di dieci punti totali) siglato a Sochi nel settembre 2018: “Tutti i terroristi saranno costretti ad abbandonare l’area demilitarizzata entro il prossimo 15 ottobre”. Com’è andata a finire è noto a tutti.

Interessi comuni

Il compromesso raggiunto ieri tra Russia e Turchia è dunque fragile, ma è indiscutibile che una sua tenuta almeno a medio termine fungerebbe da freno all’avanzata delle migliaia di immigrati che Erdogan continua a spingere verso il confine greco. L’auspicio è che il governo di Ankara tenga a mente che difficilmente può rinunciare ai rapporti con Mosca, e viceversa. Per diverse ragioni, essenzialmente di natura economica. Putin negli ultimi anni ha venduto a Erdogan il sistema missilistico S-400, nonostante la Turchia sia un Paese Nato. In ballo tra le due potenze c’è la realizzazione del gasdotto Turk-Stream, grazie al quale Mosca eviterebbe di passare dall’Ucraina per esportare gas in Europa. La Russia punta a costruire la prima centrale nucleare in Turchia ed è il secondo partner di Ankara con un interscambio commerciale di 26 miliardi di dollari.

Nel frattempo l’Europa sta a guardare, incapace e impotente di fronte a un processo fondamentale per le sorti del nostro continente. E ovviamente per la Siria, che adesso auspica concreti passi avanti rispetto a quanto chiesto ieri dal ministro degli Esteri russo: “La crisi dovrebbe essere risolta attraverso un processo politico, guidato dai siriani secondo la risoluzione Onu 2254”, ha detto Sergej Lavrov. E cosa prevede questa risoluzione delle Nazioni Unite? Un forte impegno per assicurare “sovranità, indipendenza, unità e integrità territoriale della Repubblica Araba di Siria”. Ricordiamolo a Erdogan.

Eugenio Palazzini

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