israele etichettaturaBruxelles, 12 nov – La Commissione Europea ha approvato la “nota interpretativa” alle linee guida per l’etichettatura delle merci prodotte nei territori palestinesi occupati da Israele. Una decisione sollecitata, fin da aprile, da 16 paesi membri, fra cui l’Italia, e che prevederà l’etichettatura per quei prodotti provenienti dai territori occupati dagli insediamenti israeliani.

“Questi provvedimenti erano allo studio da molto tempo e ora sono stati finalizzati”, spiegano dalla Commissione, specificando che “non si tratta di un’azione politica, ma di una misura tecnica in linea con le leggi comunitarie”. L’Unione riconosce infatti solo i confini del 1967, per cui non considera i territori occupati come parte dello stato di Israele, “perciò tutti i prodotti che provengono dagli insediamenti non possono essere etichettati come se fossero realizzati in Israele“, precisano sempre dal massimo organo comunitario.


La reazione di Tel Aviv non si è fatta attendere. “Israele condanna la decisione dell’Ue e questo passo solleva domande sul ruolo che la Ue aspira a giocare. E può avere anche implicazioni sulle relazioni tra Israele e l’Europa”, spiegano fonti del governo. La carta commerciale non è però l’unica che l’esecutivo israeliano gioca: “Ci dispiace che la Ue scelga di fare un passo discriminatorio ed eccezionale come questo in un momento in cui Israele si trova ad affrontare un’ondata di terrore diretta contro tutti i cittadini ovunque si trovino”, ha spiegato Emmanuel Nahshon, portavoce del ministero degli Esteri. Addirittura il terrorismo, ma non solo: il premier Benjamin Netanyahu punta ancora più in alto e non rinuncia a evocare il concetto valido per tutte le stagioni di relazioni internazionali Israele vs. resto del mondo: “antisemitismo“.

In realtà, come ben spiegato dalla Commissione, la decisione è puramente tecnica. Israele lamenta un “doppio standard”, accusando l’Europa di ignorare “200 dispute territoriali nel mondo, Ue compresa”. Come se le vicende, ad esempio e fra le più recenti, della Scozia o della Catalogna, potessero essere paragonate ai decenni di guerra in corso nel medio oriente. E senza considerare che l’arma delle sanzioni non è mai sotterrata: la Russia è solo l’ultimo e clamoroso caso in ordine di tempo.

Nel caso di Israele, peraltro, parlare di boicottaggio o di sanzioni è del tutto fuori luogo: l’obbligo di etichettatura non comporterà alcun divieto di vendita ma, più semplicemente, invece che “Prodotto del Golan” alcuni beni riporteranno la dicitura aggiuntiva “insediamento israeliano”. Al più, chi potrà scegliere di non comprare sarà l’acquirente.

La scomposta reazione da parte israeliana è, inoltre, malriposta in virtù anche dell’interscambio commerciale. E’ vero che Israele esporta 13 miliardi in beni verso l’Ue, ma di questi solo lo 0.01% (e poco più), cioé 154 milioni di euro, rappresentano l’interscambio con i territori occupati.

Roberto Derta

 

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