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Roma, 11 nov – L’Etiopia non sta rischiando di piombare in una guerra civile. In Etiopia è già in atto una guerra civile, con il premier – nonché premio Nobel per la pace – Aby Ahmed Ali, che cinque giorni fa ha lanciato un’offensiva armata contro la regione “ribelle” del Tigrai. Il governo di Addis Abeba ha dispiegato truppe dell’esercito lungo i confini delle regioni di Amhara e Afar, ovvero a sud e a est del Tigrai. E mentre il Parlamento etiope ha approvato lo Stato di emergenza, il primo ministro ha dato il via a un’epurazione interna, rimuovendo il ministro degli Esteri, i vertici dell’esercito e i responsabili dei servizi segreti. Un caos tutt’altro che calmo, visto che contemporaneamente alla decapitazione delle più alte cariche dello Stato finora fedelissime al premier, proseguono incessanti i bombardamenti notturni nel Tigrai.

La guerra in atto

Le vittime aumentano di giorno in giorno, l’instabilità è sempre più evidente e Ahmed si sta limitando a chiedere “comprensione” alla comunità internazionale. Giusto per fugare ogni dubbio sul conflitto civile già in atto, giovedì il generale Berhanu Jula, promosso tre giorni fa a capo dell’esercito, aveva dichiarato che l’Etiopia era “entrata in una guerra che non aveva previsto” ed “è umiliante per noi entrare in guerra contro il nostro popolo. Ma non abbiamo altra scelta”. Sta di fatto che il premier etiope, finora giudicato a livello internazionale un campione della pace anche grazie alla riapertura della frontiera e delle relazioni diplomatiche con l’Eritrea, adesso rischia di apparire come uno spietato sanguinario. A ben vedere però la situazione è piuttosto ingarbugliata e la storia dell’ex colonia italiana ci insegna che difficilmente potrebbe essere altrimenti, visto che lo scontro etnico in questa parte dell’Africa orientale è da sempre all’ordine del giorno.

Il primo ministro ha ordinato all’aviazione etiope di distruggere tutte le infrastrutture militari del Fronte di Liberazione del Popolo del Tigrai (Tplf), accusandolo di aver “oltrepassato la linea rossa” con un attacco sferrato contro una base dell’esercito di Addis Abeba nel Tigrè col solo fine di trafugare armi e provocando diversi “morti”. Ahmed accusa i ribelli “secessionisti” di destabilizzare la nazione e il Tplf di aver “sponsorizzato, addestrato ed equipaggiato qualsiasi forza che fosse disposta a impegnarsi in atti violenti e illegali per far deragliare” la fase di transizione democratica da lui avviata. Secondo il premier etiope “per più di due anni, il governo federale ha optato per la moderazione più assoluta, anche quando è stato criticato dai cittadini e dal Parlamento per non aver preso misure per fermare i latitanti che si nascondevano nel Tigrai”.

Breve storia di uno scontro etnico

Per comprendere il conflitto in atto è utile tracciare un brevissimo quadro storico. Il Tigrè fu la prima regione dell’Etiopia in cui, dopo la conquista italiana, venne abolita la schiavitù nel 1935. Schiavitù in vigore proprio sotto il dominio feudale del “protettore del reggae giamaicano” Hailé Selassié. Ed è proprio per combattere il regime di quest’ultimo che nacque nel 1974 l’Organizzazione Nazionale Tigrina, trasformandosi in Tplf nel 1975. L’anno successivo, nel febbraio 1976, i membri del fronte di liberazione (di ispirazione marxista) pubblicarono il loro manifesto ideologico in cui si chiedeva la secessione del Tigrè dall’Etiopia, nonché la formazione di una Repubblica socialista indipendente. Ma la salita al potere dei tigrini è più recente, avvenne infatti dopo la guerra con l’Eritrea (poi ripresa nel 1998 e terminata nel 2000). Nel 1995 divenne primo ministro Meles Zenawi, già capo del Fronte di Liberazione del Tigré, che rimase in carica fino al 2012. Quattro anni dopo esplose la protesta dell’etnia oromo, primo gruppo etnico dell’Etiopia, che scatenò la dura repressione del governo. Il declino dei tigrini arrivò però due anni fa, con la salita al potere dell’attuale primo ministro, Abiy Ahmed Ali, presidente dell’Organizzazione Democratica del Popolo Oromo. Per la prima volta nella storia insomma, dal 2018 al governo in Etiopia c’è un premier oromo e adesso lo scontro etnico sta riesplodendo.

Gli italiani del Tigrai

Questa guerra però non è da considerarsi propriamente irrilevante per l’Italia. Perché proprio nella regione settentrionale del Tigrai vivono e lavorano molti italiani. Svegliatosi dal torpore, oggi il ministro degli Esteri Luigi Di Maio si è pronunciato a riguardo: “Voglio sottolineare subito, per rassicurare le famiglie dei connazionali che sono presenti nel Paese che sin dall’inizio delle ostilità in Tigray, attraverso la nostra ambasciata ad Addis Abeba e l’unità di crisi stiamo monitorando la situazione degli italiani presenti nella regione, nonostante le difficoltà derivanti dalla sospensione delle linee di comunicazione dopo l’avvio dell’escalation militare”. Serve però un piano di azione chiaro e rapido, prima che sia troppo tardi. “Siamo in contatto con i membri dell’ong e dei dipendenti delle attività produttive italiane, in particolare Calzedonia, che si trovano in territorio tigrino e stiamo valutando, d’accordo con le organizzazioni internazionali, tutte le possibili opzioni a tutela dei nostri connazionali”, ha detto Di Maio. Ecco, sarebbe interessante sapere dal ministro cosa intende per “tutte le possibili opzioni”.

Precisiamo che Calzedonia ha aperto il suo primo impianto produttivo in Etiopia il 18 ottobre 2018. Si tratta di una struttura, denominata Itaca Textile, situata a Macallè e che già due anni fa impiegava 2mila dipendenti. Parliamo di un investimento costato 22 milioni di euro, con l’azienda italiana che in una regione poverissima dell’Etiopia garantisce impiego alla popolazione locale e ha promosso una serie di iniziative umanitarie. Tra queste: la creazione di un pozzo di fronte allo stabilimento e una clinica sanitaria per i dipendenti che assicura 10 litri di acqua potabile a settimana a persona.

Eugenio Palazzini

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1 commento

  1. Egregio E.Palazzini: definire una regione “poverissima”, soprattutto di questi tempi ci andrei cauto.
    Sul termine “povero” bisogna lavorare con una teoria dei valori aggiornata! Con tutto rispetto…

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