IMG_4463Damasco, 25 set – La voce di Riam ci giunge come un tenero soffio di vento dai vicoli della città vecchia di Damasco mentre lavoriamo al nostro reportage. Riam ha sette anni e una taglia di 2 milioni di dollari che pende sulla sua testa. Per i terroristi è colpevole di cantare in pubblico canzoni patriottiche. Due dei suoi fratelli sono stati uccisi, per gli altri quattro la madre ha le idee chiare: “Sono disposta a donare la luce dei miei occhi alla Patria, l’egoismo non ci appartiene, il mio sangue è tutto per la Siria”. Il braccio sinistro di Assad, soldato dell’esercito siriano, non c’è più, è andato perduto sul fronte. Assad però sta ancora in piedi e ci guarda fiero: “Posso ancora sparare, da qua non mi muovo. I terroristi non li temo”.

A Damasco come a Seidnaya, passando per Maloula, i leoni siriani sono tutti così, a loro la morte non fa paura. È questione irrilevante di fronte al male che minaccia la loro terra. “Non emigrate, qua c’è bisogno di voi”, dice il patriarca melchita di Damasco, Gregorios III Laham, ai giovani partecipanti alla cerimonia di apertura della Conferenza Internazionale della Gioventù. Un appello a cui fa eco il monito del Gran Muftì di Siria, Ahmad Badr-Aldeed Hassoun: “Chiedo a voi studenti provenienti da tutto il mondo di avere coraggio e diffondere la verità oscurata dai media internazionali”. Ma più delle voci possono i volti. Più delle parole può la strada. E questi sono i volti e le strade che dalla Valle del Bekaa libanese agli avamposti dell’esercito siriano che proteggono Damasco, dal Monte Qassioun alle aride pianure più a sud, ci chiedono di raccontare quello che abbiamo visto con i nostri occhi. In Siria.

Dai nostri inviati in Siria, Guido Bruno ed Eugenio Palazzini

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