Ottawa, 22 lug – Da quando è entrata in vigore la nuova legislazione sui detenuti transessuali, il Canada si trova davanti a curiosi interrogativi sulla nuova politica carceraria in chiave gender. In seguito al caso giudiziario di Fallon Aubee ha infatti avuto luogo una profonda revisione del trattamento dei prigionieri appartenenti alla galassia transgender nel Paese nordamericano, culminato nell’entrata di una nuova normativa dal 17 dicembre scorso.
Fallon Aubee è un ergastolano condannato nel 2003 al carcere a vita per omicidio di primo grado, un omicidio su commissione avvenuto nel giro delle gang di strada della Colombia Britannica. Aubee è anche un transessuale: biologicamente uomo, ma auto-identificatosi come donna, non ha mai smesso di denunciare tramite i propri legali le condizioni lesive della propria dignità alle quali affermava di essere sottoposto in quanto donna reclusa in un carcere maschile, domandando perciò di essere spostato in un carcere femminile. La sua richiesta è stata esaudita grazie all’intervento diretto dal primo ministro del Canada Justin Trudeau, venuto a conoscenza della condizione di Aubee. Con somma gioia dei progressisti, nel luglio dell’anno scorso si è dato il via alla riforma dei penitenziari canadesi. Da dicembre è quindi possibile per i detenuti scegliere di scontare la propria pena nella prigione che rispetta la loro “identità di genere” piuttosto che la loro anatomia.
Alla lettera, la nuova norma del Servizio Correzionale Canadese recita quanto segue: «I detenuti transgender sono collocati in un istituto di loro preferenza, indipendentemente dalla propria anatomia (ossia il “sesso biologico”) o dal genere presente sui documenti di identificazione, a meno che non vi siano problemi di salute o sicurezza che non possono essere risolti».
Gli agenti penitenziari dovranno rivolgersi ai carcerati transgender in base al pronome di riferimento scelto dagli stessi, e speciali protocolli verranno messi in atto: dal sesso del personale abilitato ad effettuare le perquisizione fino all’utilizzo di docce e servizi igienici, le nuove linee guida prevedono una disciplina vasta e severa.
Ma cosa succederà se qualche detenuto (diciamo ad esempio un individuo con genitali maschili che però si identifica con uno di sesso femminile), passati i colloqui di rito e mantenuta la propria volontà di essere spostato in una prigione femminile, si troverà veramente circondato di donne?
Potrebbe capitare che, in questo particolare caso, ci si trovi con una (o più?) detenute incinte. Difficile immaginare che queste non richiederebbero di prendere parte al programma “Madre/Figli” del Servizio Correzionale Canadese, che garantisce 4 anni di vita in speciali strutture esterne al carcere per una madre e il proprio figlio, chiaramente a costo dello Stato.
Cosa accadrebbe poi se un condannato per molestie sessuali contro le donne, convertito a una diversa sessualità, scegliesse di farsi denudare e perquisire da sole donne? Le agenti che rifiutassero di adempiere al compito potrebbero senz’altro incorrere in sanzioni punitive.
Le ipotesi sulle possibili conseguenze di questa nuova politica gender friendly sono molte, probabilmente più delle riflessioni che sono state fatte al momento dell’approvazione di norme che sembrano rifarsi a un politicamente corretto suicida più che ai reali problemi del sistema carcerario canadese.
Alice Battaglia

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