Roma, 22 lug – Nel bene o nel male, le sorti dell’Italia e quelle della Fiat sono spesso andate di pari passo fin da quando la storica società torinese della famiglia Agnelli è nata, alla fine dell’800. Destini incrociati, per dirla con il titolo di un celebre film, per non dire scontrati durante le vicissitudini del ventennio prima, del boom economico, degli anni di piombo e delle grandi trasformazioni successive, dopo. Fino al capitolo Sergio Marchionne, l’uomo venuto da fuori (o ritornato in patria?) a risolvere quella che sembrava essere la crisi definitiva per quella che rimane la più importante casa automobilistica italiana.
Ieri è arrivata la parola fine. Come un fulmine a ciel sereno. Nessun grande scontro al vertice, sulla monopolizzazione gestionale il dirigente di origine abruzzese aveva fatto un marchio di fabbrica. Più prosaicamente, gravi problemi di salute. Quel che doveva essere – come da comunicazioni ufficiali – un intervento di routine alla spalla si è rivelato in realtà qualcosa di più grave, una sorta di raffreddore di Andropov in salsa capitalista. Sulle sue condizioni cliniche vige il riserbo più assoluto, ma il repentino avvicendamento del manager canadese con altri uomini non lascia spazio a molti dubbi: Marchionne è gravemente malato, per cui in casa Fiat hanno dovuto fare i conti la necessità di sostituirlo. E senza troppe speranze di riaverlo indietro presto, anche se l’uomo dei maglioni d’ordinanza aveva comunque già previsto il suo addio agli Agnelli entro il prossimo anno.
Così, a capo di Fiat Chrysler arriva Mike Manley. Entrato nell’allora DaimlerChrysler nel 2000, è stato l’uomo che nel corso degli ultimi anni – dopo la fusione con Fiat e la creazione di FCA – è riuscito nell’impresa di rilanciare il marchio, quadruplicando le vendite e permettendo così al gruppo di consolidare la fusione. Per quanto riguarda invece Ferrari, dove John Elkann avrà la presidenza, sarà Louis Camilleri, maltese con un passato in Philip Morris, a prendere il posto di amministratore delegato.
Non è troppo presto per dirlo: con il forzato addio di Marchionne, per la galassia Fiat si chiude un’epoca fatta di alti e bassi, ma capace di tirare fuori il gruppo torinese dalle secche in cui era impantanato dopo la morte di Gianni Agnelli. I metodi di Marchionne hanno sempre fatto discutere, ma gli va dato atto di aver riportato in auge il Lingotto. Con decisioni impopolari – capaci perfino di estromettere una potenza sindacale come la Fiom – e scelte d’assalto. L’eutanasia Lancia grida vendetta, ma dalla sua c’è l’aver ridato lustro all’annebbiato marchio Alfa Romeo riaffacciatasi persino in Formula 1, oltre ad aver riportato la Ferrari laddove le compete di stare. Dall’altro lato c’è il trasferimento della sede legale e fiscale all’estero, lo spostamento di produzioni fuori dall’Italia, ma anche l’aver evitato che, insieme alla Fiat, crollasse un intero indotto che dà lavoro a decine di migliaia di persone. Manager caleidoscopico, che ha potuto fare e disfare a piacimento complice l’assenza di una controparte istituzionale degna di questo nome: se Marchionne è stato spesso censurabile, non va dimenticato che in politica industriale le cose si fanno sempre in due. E un bilancio, per non essere parziale, deve tener conto di entrambe.
Filippo Burla

3 Commenti

  1. Fra i tanti cialtroni malefici parassiti e cumunistoidi che vanta il suolo italico ed europeo viene a mancare colui che ha risollevato la Ferrari e la Fiat da una crisi tecnica e tecnologica che pareva inesorabile dando fiducia ad energia (anche economica ) a talenti interni dimenticati e oramai messi all’angolo……..delle sue capacità commerciali ed organizzative parleranno in tanti che di competenza non ne hanno nemmeno per prepararsi un panino con il salame……… così va il mondo.

  2. Aderci rispetto per la sofferenza sia e della famiglia zero per la sua filosofia mondialista apolide tirbocapitalista. Se Renzi avessi avito le palle avrebbe chiesto al gruppo una exit tax.

  3. Si smetta di osannare questo capace aziendalista di fronte alla morte e lo si ricordi piuttosto per aver messo in condizioni migliaia di operai di lavorare con un contratto non più di categoria (metalmeccanici) , ma inventato da lui. E’ stato il capostipite e precursore di quello che sta accadendo nel mondo del lavoro , con contratti capestro, che calpestano ogni dignità. Gli insuccessi dell’azienda da Lui gestita sono dovuti ad un management incapace , con prodotti di bassa qualità. Il resto è sterile polemica. Non servono scienziati con Lauree internazionali per capire cosa era stata la Fiat negli ultimi anni , senza gli aiuti di stato.

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