Roma, 30 mar — Che il settore ospedaliero britannico avesse abdicato alle più elementari basi della biologia in ossequio ai deliri gender, lo avevamo già capito quando in un ospedale del Sussex le ostetriche avevano sostituito l’espressione «allattamento al seno» con  «allattamento al petto» per risultare più inclusive e non scontentare i trans: ne dà ulteriore conferma quanto riportato dal DailyMail, secondo cui alcuni ospedali britannici avrebbero iniziato a chiedere agli uomini in procinto di sottoporsi a scansioni o cure per il cancro… se sono incinti. 

Gli uomini incinti non possono sottoporsi a radiografie 

Avete letto bene, agli uomini viene chiesto se sono gravidi prima di ricevere la radioterapia o di sottoporsi a radiografie e risonanze magnetiche. Questo perché, pur essendo palese che un uomo non può rimanere incinto, nelle procedure mediche britanniche la parola «femmina» è stata sostituita da «individui che partoriscono». Questo sempre per deferenza alla smania di inclusione di una percentuale risibile di popolazione (i trans o non binari o genderfluid che dir si voglia) da cui risultano l’esclusione, la marginalizzazione, l’umiliazione del 50% degli esseri umani: le donne.

Dichiarare l’ovvio non é più così ovvio 

Accade ad esempio a Liverpool, dove il Walton Center NHS Trust ora chiede a «tutti i pazienti di età inferiore ai 60 anni, indipendentemente dal genere in cui si autoidentificano» se è possibile che siano in stato interessante. Vero è — almeno questo — che radioterapia, risonanze magnetiche e radiografie potrebbero mettere a repentaglio la salute del nascituro, e normalmente si chiede alle donne se sono incinta. Alle donne, appunto. Ma siccome potrebbe arrivare Mister X, biologicamente donna, che all’accettazione ha dichiarato di essere un uomo, è meglio chiedere anche a chi è palesemente un uomo. 

Questo perché nel 2017, i regolamenti ospedalieri relativi agli screening oncologici sono stati aggiornati dal Dipartimento della Salute in modo da risultare più inclusivi e meno offensivi per gli unicorni del terzo millennio: quindi via «donne in età fertile» e benvenuto a «persone in età fertile», ad esempio.

C’è chi si ribella

Non sono certamente mancate le (flebili) polemiche: alcuni attivisti hanno definito «clinicamente pericolosa» la scelta di registrare il genere autoidentificato, e non il sesso biologico, nelle cartelle cliniche. I pazienti e le famiglie, inoltre, si sono lamentati della «confusione e agitazione non necessarie» per pazienti già vulnerabili psicologicamente.

Dal canto suo l’Associazione dei radiologi lo scorso novembre ha sottolineato l’importanza di «verificare in tutte le pazienti ogni possibilità di gravidanza». E siccome chiunque nel 2022 può registrarsi come «donna» presso un ospedale britannico pur avendo genitali maschili, e viceversa, è bene chiedere.

Cristina Gauri

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