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Roma, 18 apr — Dalle polemiche su Navalny al tentativo di rivoluzione colorata in Bielorussia, passando per sanzioni economiche ed espulsioni di diplomatici fino ad arrivare al recente riaccendersi della tensione militare in Donbass: non ci troviamo sull’orlo di una nuova Guerra Fredda, ne siamo già dentro.

La rinascita della Russia e la strategia americana

L’elezione del Democratico Joe Biden alla Casa Bianca è stato sicuramente un elemento di accelerazione in tal senso, ma il processo era già in moto da tempo. Molti analisti identificano il momento nel quale la Russia è tornata ad essere il nemico principale degli Stati Uniti con il discorso tenuto da Vladimir Putin nel 2007 alla Conferenza per la Sicurezza di Monaco, nel quale il presidente russo sentenziava: “Nel mondo moderno il modello unipolare non solo è inaccettabile ma anche impossibile”. Il segnale era chiarissimo, sedici anni dopo il crollo dell’Urss la Russia tornava a ricoprire il ruolo di potenza mondiale.

La strategia americana sembra la stessa della prima Guerra Fredda: aumentare costantemente la pressione militare sul nemico aprendo conflitti locali, senza tuttavia mai arrivare ad uno scontro frontale, con lo scopo di indebolirne la tenuta economica e contemporaneamente lavorare alla creazione di un’opposizione interna eterodiretta finalizzata ad un regime change. Con l’Unione Sovietica ha funzionato, ma stavolta lo scenario è completamente diverso.

Un mondo sempre più multipolare

Se il mondo uscito dalla Seconda Guerra Mondiale era sostanzialmente diviso in due tra Usa e Urss, oggi le nazioni con ambizioni e potenza per essere considerate dei player autonomi sono molte. A partire dalla Cina, che nel 1978 aveva lo stesso Pil dello Zimbabwe ed oggi si appresta a diventare la prima economia al mondo, ma anche Turchia, Iran, India etc. Nel muoversi sullo scacchiere internazionale anche gli Usa devono tener conto di equilibri internazionali sempre più delicati ed isolare la Russia dal resto del mondo sembra attualmente un’impresa impossibile, soprattutto alla luce dell’asse sempre più forte tra Mosca e Pechino. A Washington contano sul fatto che la Russia non voglia legarsi troppo strettamente alla Cina per evitare che, come successo nel rapporto tra Pechino e l’Occidente, il Dragone tragga vantaggio dalla relazione per rafforzarsi (soprattutto in ambito di know-how militare ed energetico) a spese del partner. Ma è logico che se messa alle strette la Russia non esiterà a siglare un’alleanza che andrebbe a sconvolgere gli equilibri geopolitici mondiali.

Washington attacca e Mosca controbatte

Le prime mosse americane sembrano aver trovato una risposta decisa da parte russa. Al golpe anti-russo in Ucraina sono seguite l’annessione della Crimea ed il sostegno ai separatisti in Donbass, il colpo di Stato in Bielorussia è stato sventato e l’agit-prop a stelle e strisce Navalny in patria gode di un sostegno popolare quasi inesistente. In questa ottica deve essere letto il tentativo di alzare il livello dello scontro in Donbass, utilizzando l’Ucraina come carne da cannone.

D’altronde quello ucraino è un Paese attualmente in ginocchio: economicamente distrutto dalla scelta di tagliare i ponti con Mosca, sotto continuo ricatto da parte del Fondo Monetario Internazionale e lacerato da fortissime lotte di potere interne. Solo una nazione allo sbando e totalmente eterodiretta potrebbe accettare di scatenare un conflitto dal quale con assoluta certezza non sopravvivrebbe come Stato solo per compiacere terze parti. Anche in questo caso, però, la risposta russa non si è fatta attendere. In tempi record sono stati schierati sul confine occidentale, da Smolensk a Rostov, centinaia di battaglioni (inclusi reparti speciali come i marines di Vladivostok), sistemi antiaerei e circa 350 cacciabombardieri ed è stato interdetto alle navi straniere il passaggio dallo Stretto di Kerch, che unisce Mar Nero e Mar d’Azov.

Europa spettatrice passiva e rassegnata della nuova Guerra Fredda

Di tutti questi eventi, destinati comunque vada a ridisegnare lo scenario geopolitico mondiale, l’Europa è spettatrice passiva, nonostante Donetsk si trovi a soli 2000 km da Berlino. Decenni di sudditanza e vassallaggio verso Washington hanno reso completamente incapace il Vecchio Continente di perseguire una strategia geopolitica funzionale ai propri interessi o quanto meno non dannosa per essi. Se c’è qualcuno che ha tutto da perdere in questa situazione è proprio l’Europa, che rischia di ritrovarsi con una guerra nel cortile di casa che coinvolge il suo principale fornitore energetico. Ma la cosa sembra non interessare a Bruxelles, i cui leader si limitano a ripetere a pappagallo le dichiarazioni dei funzionari americani.

La nuova Guerra fredda: uno scontro di civiltà tra progressisti e identitari

L’unica cosa che hanno sicuramente in comune la Guerra Fredda di ieri con quella di oggi è l’aspetto ideologico del conflitto. Le guerre come noto vengono sempre mosse per motivazioni concrete, economiche e/o geopolitiche, e non ideali. Tuttavia anche l’ideologia politica spesso emerge sullo sfondo. Negli anni del secondo dopoguerra la contrapposizione era tra capitalisti e comunisti. Oggi la distinzione è tra nazioni progressiste (liberiste, antirazziste, lgbt-friendly etc) e identitarie (economia al servizio dello Stato, patriottismo, valori tradizionali etc). Il vero scontro di civiltà nel prossimo futuro sarà questo.

Lorenzo Berti

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