Delhi, 8 gen – La nuova legge sulla cittadinanza approvata dalla camera bassa del Parlamento indiano sta scatenando una ridda di polemiche. Da oggi l’India garantirà infatti residenza e cittadinanza a qualunque immigrato induista, giainista o zoroastriano fuggito dalle nazioni vicine a maggioranza islamica. Di fatto quindi il governo di Delhi ha deciso di chiudere le porte ai musulmani di Bangladesh, Pakistan e Afghanistan, ritenendo scontato che gli altri fedeli siano scappati da persecuzioni religiose. La legge non prevede però di accogliere cristiani, che sulla carta, stando al parametro adottato, dovrebbero essere altrettanto invisi negli Stati confinanti con l’India.

E’ evidente dunque il tentativo del governo nazionalista indiano di accogliere soltanto “pagani”, ritenuti gli unici in grado di integrarsi nella società del subcontinente. Negli stati indiani del nord-est, in particolare nel Jammu e Kashmir a maggioranza islamica, si è scatenata subito la protesta dell’opposizione seguita da violente manifestazioni di piazza. Ma il ministro dell’Interno Rajnath Singh, appartenente al partito nazionalista induista Bjp del premier Narendra Modi, ha negato fermamente che il provvedimento sia discriminatorio nei confronti dei musulmani e delle altre religioni, nonostante conceda un’esplicita esenzione a induisti, giainisti e parsi (zoroastriani) dalla legge federale indiana che proibisce di dare la cittadinanza a chiunque sia entrato illegalmente in India.

Secondo i contestatori del provvedimento approvato, si tratterebbe dunque di una palese violazione della Costituzione dell’India, che garantisce a tutti diritti uguali, senza distinzione di religione. La nuova legge però è una modifica della precedente risalente al 1955 e consente la cittadinanza ai membri delle comunità religiose sopra menzionate entrati in India prima del 31 dicembre 2014. Soltanto questi fedeli avranno la possibilità di essere naturalizzati dopo sei anni di residenza invece dei dodici finora previsti.

Eugenio Palazzini

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