iranTeheran, 26 feb – Dalle 8 di stamani alle 18 di stasera (15:30 in Italia) si vota in Iran per le elezioni del Parlamento e dell’Assemblea degli Esperti. A votare sono chiamati circa 55 milioni di iraniani per rinnovare i 290 seggi dell’Assemblea Consultiva islamica, che detiene il potere legislativo, e gli 88 membri dell’Assemblea degli Esperti. Entro 24 ore dalla chiusura dei seggi sono attesi i risultati definitivi, ma per quanto riguarda gli esiti delle elezioni a Teheran serviranno almeno tre giorni.  Le elezioni sono anche un test per il presidente Hassan Rohani, che punta a rafforzare la sua leadership riformista a discapito dei conservatori. Si tratta comunque di orientamenti politici non decifrabili tout court con i parametri occidentali.

Durante un incontro con la stampa la Guida Suprema dell’Iran, l’Ayatollah Ali Khamenei, ha invitato gli iraniani a recarsi alle urne per sconfiggere i nemici che tramano contro l’Iran e per difendere la dignità e la sovranità nazionale: “Tutti devono votare, tutti quelli che amano la grandezza e la gloria dell’Iran. Abbiamo tanti nemici, per questo dobbiamo votare con occhi aperti e perspicacia”. Il rischio che molti iraniani possano disertare le urne esiste e le parole di Khamenei puntano a scongiurarlo oltre ad essere un chiaro monito a non fare la scelta sbagliata, a non dare credito a quei candidati che potrebbero non volere il bene della nazione ma perseguire interessi puramente personali e quindi funzionali a chi vedrebbe di buon occhio un indebolimento della Repubblica Islamica dell’Iran. Questo non significa che la Guida Suprema abbia espresso una chiara intenzione di voto, non sarebbe possibile né pensabile. E’ una chiamata alla compattezza in un momento chiave per l’Iran, che per quanto sia uscito dall’isolamento internazionale con gli accordi sul nucleare si ritrova a dover affrontare l’ostilità di gran parte del mondo islamico sunnita, in particolare le mire destabilizzanti dell’Arabia Saudita e dei Paesi del Golfo.


La crescita economica de facto e in fieri della potenza sciita è inaccettabile per chi fin dal 1979, anno della rivoluzione khomeinista, ha puntato sulla contrapposizione tra Iran ed Occidente per affermarsi come unico interlocutore credibile a livello economico e politico in Medio Oriente. E’ una crescita che spaventa sia i Paesi del Golfo che Israele e Turchia, perché fornisce ai loro storici partner occidentali un’alternativa che adesso appare più affidabile e seria rispetto a chi continua a destabilizzare il mondo islamico e foraggiare in vari modi il terrorismo. Prova ne sono le continue minacce di attentati a Teheran e gli attacchi ai luoghi di culto sciiti in Libano, in Siria e in Yemen. Le elezioni potrebbero verosimilmente non cambiare granché in Iran, conservando la Repubblica Islamica così com’è: fedele ai dettami khomeinisti e allo stesso tempo proiettata verso uno sviluppo economico, industriale e turistico di primo piano e impensabile soltanto un anno fa. Un’apertura al mondo esterno non esasperata quindi, ma reale e indispensabile per assicurare a Teheran stabilità politica e crescita economica.

Nessuno tra i candidati in campo sembra essere di per sé orientato a stravolgere la Terra degli Ari, ma in Iran può bastare poco per aprire una pista verso un cambiamento non necessariamente preferibile all’attuale status quo. “Una manica di individui corrotti, filoamericani o no che siano, non pensi di far valere la propria presenza in questo Paese. Il giorno in cui lo vorremo, in cui il nostro popolo lo vorrà, essi finiranno nel giro di alcune ore diritti nell’immondezzaio della storia”. Khomeini pronunciò queste parole nel 1979, parole che riecheggiano sempre nelle strade di Teheran, parole che non è detto bastino più. Ma che di fatto hanno garantito all’Iran la salvaguardia dell’indipendenza fino ad oggi, qualunque cosa si pensi del suo sistema politico.

Eugenio Palazzini

Commenti

commenti

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here