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Election day in IranTeheran, 29 feb – L’esito ufficiale delle elezioni iraniane sarà noto in giornata, al più domani. I dati già emersi permettono però una valutazione sufficientemente attendibile. Il decimo Parlamento iraniano e la quinta Assemblea degli Esperti, organo che riveste un ruolo fondamentale nel sistema politico iraniano perché sarà chiamato a nominare al suo interno la futura Guida Suprema, non subiscono stravolgimenti rispetto al recente passato. A votare sono stati 33 milioni di cittadini, circa il 60% degli aventi diritto al voto. Se i conservatori (principalisti) ottengono oltre il 60% nelle zone rurali e in gran parte del paese, nei principali centri urbani i riformisti ottengono buoni risultati. A Teheran i conservatori non ottengono seggi, prova di una distanza di percezione politica tra la capitale e il resto del paese. Questo non significa necessariamente come fatto notare da molti media internazionali che i giovani sono più aperti al cambiamento, che sempre considerando le analisi della stampa occidentale si traduce semplicemente in apertura al modus vivendi di casa nostra, ma in una ricaduta delle politiche economiche differente nelle aree urbanizzate.

Il cambiamento in Iran ha un significato diverso, dopo anni di crisi e isolamento spesso le opportunità lavorative e lo sviluppo industriale segnano le scelte politiche dei cittadini, questo vale in Iran come ovunque del resto, pensare che sia dettato da un desiderio di svolte epocali quanto subitanee nei costumi e nelle usanze rischia di far prendere l’ennesimo abbaglio nei confronti di una nazione che ha dimostrato più volte nel passato di non seguire sic et simpliciter canoni che qualcuno vorrebbe universali. Il voto nelle zone rurali testimonia che più che uno stravolgimento estetico il popolo chiede rassicurazioni economiche, preferendo ancorarsi alla tradizione che garantisce tutele sociali, in Iran mai messe in discussione. Sceglie quindi di salvaguardare l’esistente piuttosto che farsi ammaliare dalle incognite del progresso. “Lo sviluppo è obiettivo principale del Paese e realizzare ciò senza l’indipendenza o la dignità nazionale non sarà accettabile”, ha dichiarato l’Ayatollah Khamenei, precisando che mirare allo sviluppo non equivale al conformarsi “all’arroganza globale”.

Si può dire che l’esito di queste elezioni non premia nessun candidato in particolare, deludendo le aspettative dei molti non eletti e pure di chi è stato eletto senza stravincere come sperava, tra questi ultimi lo stesso presidente Rohani. A vincere realmente è forse soltanto, aspetto affatto trascurabile, l’Iran stesso. L’immagine di una nazione per troppi anni tacciata di essere foriera dei peggiori mali esce forse per la prima volta rafforzata agli occhi degli osservatori occidentali. Chiunque, al di là dei se e dei ma tanto cari a certi analisti che credono di saperla sempre lunga su tutto, ha potuto riscontrare che l’Iran non è affatto un granitico monolite abbarbicato in un improbabile medioevo. L’Iran era ed è la Terra degli Ari, questo significa avere proprie peculiarità, a volte contraddittorie certamente ma che sfuggono ai nostri parametri che troppo spesso vorremmo estendere a chi legittimamente si rifiuta di adottare in toto. Ciò che conta per noi non può che essere questo, comprendere senza giudicare. Partendo da un presupposto focale: nel panorama mediorientale l’Iran può essere per l’Italia e per l’Europa l’interlocutore principale, perché è garanzia di affidabilità nella guerra al terrorismo e perché offre opportunità economiche, in ogni campo, che non possiamo trascurare. L’Iran non ci ha mai chiesto di adottare il suo sistema politico, si è sempre rivolto a noi con rispetto, lo stesso rispetto che dovremmo garantirgli senza per questo abdicare alla nostra cultura. Prima delle sanzioni economiche imposte e a cui come spesso accade abbiamo aderito supinamente, eravamo il secondo partner economico europeo di Teheran. Possiamo e dobbiamo tornare ad esserlo.

Eugenio Palazzini

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