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Roma, 1 apr – Sono ormai alcuni mesi che i soldati americani presenti in Iraq sono bersagliati da continui attacchi. Un fenomeno che vede coinvolti soprattutto convogli, pattuglie e basi militari battenti bandiera statunitense, colpite sempre più spesso con azioni alla mordi e fuggi, realizzate con esplosivi artigianali o addirittura con missili lanciati da diversi chilometri di distanza. Una prassi che per certi versi ricorda le azioni talebane in Afghanistan.



I responsabili, tuttavia, non sarebbero terroristi quali quelli dello Stato Islamico, bensì le milizie filo-iraniane. Queste da anni chiedono il ritiro delle truppe statunitensi dal territorio, tant’è che oramai sono sempre più numerose formazioni di ispirazione anti-imperialista e spesso sciita legate all’Iran. Milizie la cui partecipazione costituisce la colonna portante di una nuova strategia, volta a forzare il ritiro dei militari stranieri.

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La strategia delle milizie in Iraq

In un’epoca in cui l’opinione pubblica occidentale è sempre più sensibile alle perdite umane dei propri eserciti, i governi devono pianificare attentamente gli interventi militari in terra straniera. Se questo poi spinge molti governi a ricorrere a mercenari non è il caso dell’Iraq, terra alla quale sono legati interessi geopolitici, economici e militari che giustificano ancora la presenza di forze armate regolari.

Tale condizione è risaputa nelle fila delle milizie filo-iraniane, le quali sfruttano una strategia volta a rendere la presenza dei suddetti eserciti la meno confortevole possibile. Così ha origine quella che si rileva essere una guerriglia, un sistema per aumentare la pressione su soldati che hanno le mani legate dai protocolli, facendo sì che i costi delle operazioni in Iraq diventino insostenibili e rompano lo status-quo.

I bersagli dell’azione militare

Le azioni militari delle milizie prendono di mira soprattutto convogli che trasportano rifornimenti e materiale logistico. Gli attacchi infatti non hanno tanto l’effetto di eliminare i soldati americani, quando quello di bloccare le operazioni rendendo difficile rifornire le basi. La situazione sarebbe tale che gli americani sempre più spesso si affiderebbero a compagnie private o al governo iracheno per recapitare e scortare il materiale.

Una operazione di sabotaggio su vasta scala, quindi, che però non lascia attendere operazioni più eclatanti. Le milizie filo-iraniane sono arrivate nel 2021 a lanciare anche 4 attacchi in un solo mese contro le basi americane. Queste azioni – svolte tramite l’utilizzo di missili – hanno visto anche la risposta della presidenza Biden – con l’attacco che il 26 febbraio ha colpito i miliziani filo-iraniani impegnati in Siria contro l’Isis.

Prospettive per il futuro

Il governo iracheno, sempre più impotente, deve oramai confrontarsi con attori più grandi di lui: con gli Stati Uniti vanno di pari passo anche interessi turchi e sauditi, questo mentre rimane l’ombra dell’Isis. Le milizie filo-iraniane, nel frattempo, si dimostrano sempre meno disposte a tollerare la situazione. È di pochi giorni fa la notizia che uomini armati avrebbero liberamente marciato per Baghdad denunciando l’eccessiva presenza statunitense.

La situazione risulta quindi di difficile risoluzione. Se da un lato i filo-iraniani esercitano una pressione sempre maggiore – analoga a quella politico-diplomatica esercitata da Teheran – la Nato non sembra voler scendere a compromessi. Il contingente atlantico presente in Iraq passerà dalle 500 alle 4.000 unità, con la nostra Nazione che avrà “il privilegio” di guidare la missione, con tutti i pericoli che ciò porterà ai nostri compatrioti.

Giacomo Morini

 

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