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images (1)Canberra, 4 feb – Alla fine poteva andargli peggio, tutto sommato stare su un’isola del pacifico dal mare cristallino sarebbe il sogno di molti europei. Non la pensano allo stesso modo gli immigrati clandestini, tutti richiedenti asilo, che invece vorrebbero raggiungere l’Australia e che si trovano costretti rimanere su questi isolotti. La politica in materia di immigrazione applicata dall’Australia è nota per la sua fermezza e spesso presa a modello da quei partiti e movimenti, che anche in Europa tentano di opporsi all’immigrazione di massa. Ora anche l’Alta Corte di Canberra ha dato ragione al governo conservatore australiano, rispondnedo ad una azione legale intrapresa dal Centro Legale per i Diritti Umani. E così ora i 267 immigrati richiedenti asilo che si trovavano in Australia per ricevere della cure mediche impraticabili sull’isola di Nauru, dovranno tornare indietro e restare confinati in quella che è la più piccola repubblica indipendente del mondo, formata da un’unica isola (Nauru per l’appunto), di 21,4 km2 (grande come Lampedusa per intenderci).

La decisione dei giudici di Canberra permette dunque al governo australiano, nella piena legalità, di confinare a tempo indefinito gli immigrati richiedenti asilo in paesi stranieri con cui ha stretto degli accordi bilaterali, come la già citata Nauru, la Papua Nuova Guinea, le Christmas Island. Ovviamente l’Onu ha duramente criticato questa politica, che è esattamente l’opposto di quella tanto in voga nelle simpatiche democrazie europee. Così come l’Italia anche l’Australia utilizza la propria Marina per intercettare i barconi di immigrati, solo che invece di portarli in patria li intercettano, li aiutano e poi li riportano indietro. L’operazione non si chiama “Mare Nostrum” ma “Confini Sovrani”. E a cambiare non è solo la dicitura ma anche i risultati: fino al 2013 in Australia sbarcavano 20mila immigrati l’anno, ora il numero è sceso a 147. Due anni fa infatti, il governo di Canberra introdusse le contestatissime disposizioni in materia di immigrazione, da molti giudicate “troppo dure”, accompagnate da una campagna di comunicazione ricolta agli immigrati in cui gli si diceva “non sei il benvenuto in Australia”, specificando che chiunque si fosse presentato senza visto non sarebbe stato accettato e che la legge si applica a tutti: “donne e bambini compresi”.

Roba che Orban a confronto è un dilettante, in Europa misure del genere verrebbero bollate come xenofobe il minuto successivo. In Australia invece il massimo organo di magistratura ha dato ragione al proprio governo, rispondendo all’azione legale intrapresa da una donna del Bangladesh che accusava l’Australia di costringere gli immigrati a condizioni di vita pessime e ad un’assistenza sanitaria inadeguata. Il legale della donna, tale Daniel Webb, sosteneva che il governo non era stato autorizzato dalla legge a limitare la libertà dei richiedenti asilo sottoscrivendo accordi con i paesi stranieri (gli isolotti), che di fatto acconsentivano alla loro detenzione. Dopo il rispingimento da parte della Corte di tali accuse, Webb ha dichiarato che “è fondamentalmente immorale condannare queste persone a una vita da limbo su una piccolissima isola“. Il governo australiano la pensa diversamente ed essendo uno Stato con piena sovranità affronta la questione immigrazione come meglio ritiene. Ovvero facendo l’interesse dei propri cittadini e non quello di organizzazioni internazionali.

Davide Di Stefano

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