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Roma , 18 set – Era dai tempi delle Termopili e di Salamina, quando le riottose città greche si unirono per fronteggiare la comune minaccia, che alla Persia non riusciva l’impresa di spaventare a tal punto due popoli fra loro nemici da spingerli a cercare un’alleanza. Oggi la Persia si chiama Iran e, per contrastare la sua politica regionale, arabi e israeliani si stanno progressivamente avvicinando, lasciando in secondo piano le reciproche divergenze. Divergenze piuttosto profonde, in realtà, visto che la gran parte degli stati arabi nega la stessa esistenza dello Stato di Israele.

Ma tutto passa in secondo piano, ora che gli iraniani, usciti da una lunga fase di semi-isolamento internazionale, hanno messo in atto delle politiche piuttosto decise e, con una certa efficacia, finalizzate all’unificazione dei territori popolati da sciiti, che rappresentano circa un decimo del mondo islamico, ma che sono maggioritari nella fascia che dall’Iran si estende fino al Mediterraneo. Questo avvicinamento fra israeliani e arabi sunniti non è una semplice speculazione giornalistica, ma è stato candidamente riconosciuto da Moshe Ya’alon, nel corso di un convegno sulla Guerra dei Sei Giorni tenutosi a giugno. Ya’alon, ex ufficiale dell’esercito, e fino al 2016 Ministro della Difesa dello Stato Ebraico, ha apertamente detto che oramai gli stati arabi non minacciano più l’esistenza di Israele, e sono anzi tutti sulla stessa barca, per contenere l’ascesa iraniana, che minaccia in un modo o nell’altro tutta la regione.

In un articolo di poco successivo, l’autorevole quotidiano di Tel Aviv, Haaretz, nell’ipotizzare la possibile istituzione di un collegamento aereo fra Israele e l’Arabia Saudita – ufficialmente destinato ai pellegrini arabo-israeliani diretti a La Mecca – ha fatto riferimento a frequenti contatti fra ufficiali sauditi e israeliani nella “sala controllo” di Amman, che in questi anni ha avuto il compito di assistere e pilotare la ribellione militare contro Assad. Ma se per Israele si tratta in sostanza di una scelta obbligata, dettata dall’istinto di sopravvivenza e della prosecuzione della politica che porta avanti da decenni – trovando per anni una sponda nell’Egitto di Sadat e Mubarak – colpisce molto la linea tenuta dall’Arabia Saudita, il più ricco dei paesi arabi, e quello che custodisce all’interno dei suoi confini i luoghi santi di La Mecca e Medina.

Da quando gli Stati Uniti sono intervenuti in Iraq, rovesciando Saddam senza calcolare che in questo modo avrebbero tolto un argine all’espansione dell’Iran verso occidente, per i Sauditi è iniziata una fase di aperto scontro con Teheran. La frattura sunniti-sciiti c’entra fino a un certo punto, ed è piuttosto uno strumento utilizzato da ambo le parti per aggiudicarsi il controllo dell’intero medio oriente. E delle sue enormi riserve di petrolio e gas naturale. Da Riad, la famiglia reale saudita osserva con crescente preoccupazione l’attivismo iraniano, mentre negli scorsi mesi per loro è stato un trauma scoprire che il presidente siriano Assad non solo non stava perdendo la guerra civile, ma aveva in mano tutte le carte per vincerla, permettendo agli Iraniani di mettere il tassello finale al loro piano e di collegare Teheran con i porti di Tartus e Latakia (senza dimenticarsi di Beirut), monopolizzando di fatto l’intera fascia settentrionale del mondo arabo, quasi a costituire un enorme cuscinetto a guida sciita fra i paesi turcofoni dell’Anatolia e del Caucaso e gli Arabi sunniti.

Per il timore dell’accerchiamento e per darsi un ruolo sulla scena internazionale, i Sauditi hanno giocato la carta dello Yemen, paese spaccato in due su base tribale, politica e religiosa, andandone a supportare la componente sunnita con divisioni corazzate, con la marina e con decine di cacciabombardieri che da due anni martellano le zone in mano ai ribelli. Sarebbe dovuta essere un’operazione facile, che avrebbe fatto capire all’Iran e agli occidentali di cosa è capace il Regno dei Saud. L’unico risultato è stato invece quello di essere additati come criminali di guerra – i bombardamenti hanno prodotto decine di migliaia di morti, ma zero risultati militari – e ha tolto valore alle lamentele americane per l’eccessiva durezza di alcuni bombardamenti russi in Siria. “Se lo fa il vostro alleato, con i vostri aerei e le vostre bombe, nello Yemen, perché non dovremmo farlo noi in Siria?” è stata sostanzialmente la risposta di Mosca.

Ma la cosa peggiore è che l’Arabia ha dovuto subire non solo la vergogna di non essere riuscita a scalfire – nonostante una imbarazzante disparità di mezzi – le linee difensive dei ribelli yemeniti, ma anche l’umiliazione di vedere questi ultimi oltrepassare il confine saudita occupando alcune aree del Paese, fra l’altro aree a forte presenza sciita, con il contorno di missili sparati verso il cuore del regno saudita. Come se non bastasse, l’Arabia ha apertamente supportato diverse formazioni islamiste che si oppongono ad Assad nella guerra civile siriana, fra cui Al Nusra – oggi Tahrir al Sham – direttamente affiliata ad Al Qaeda, che proprio nella penisola arabica ha cuore e radici. E se non è dimostrato che abbia sostenuto anche l’Isis, non va dimenticato che l’Isis nasce proprio da una costola di Al Nusra, da cui si separa solo dopo una prima fase di mutua assistenza.

E a più di qualcuno saranno tornate alla memoria le polemiche circa la presenza dell’intera famiglia reale negli Stati Uniti proprio quando il manipolo di terroristi di Al Qaeda (composto al 75% da sauditi), sferrava l’attacco terroristico alle Torri Gemelle e al Pentagono. Coincidenze, solo coincidenze, nient’altro che coincidenze. Come è sicuramente un caso che nella guerra yemenita alcuni reparti di AQAP (acronimo che indica Al Qaeda nella Penisola Arabica) abbiano combattuto più di una volta al fianco dei soldati sauditi, contro il comune nemico sciita. Per evitare di essere additati dal mondo intero come sponsor e partner del terrorismo internazionale, a Riad hanno pensato di trovare, con l’aiuto di Trump, un capro espiatorio, ovvero il Qatar, accollando all’Emiro al Thani ogni possibile colpa in tema di supporto al terrorismo. Cosa curiosa, al momento della rottura dei rapporti, il Qatar faceva parte della coalizione a guida saudita nel conflitto yemenita, coalizione che dichiara di combattere contro il terrorismo.

Un infinito cortocircuito, che sta a sua volta favorendo Assad in Siria, visto che le diverse milizie islamiste che gli si oppongono non riescono a collaborare anche per colpa delle divisioni interne al mondo sunnita, che inoltre sta rendendo più profonda la crisi interna all’Arabia Saudita. La leadership del principe ereditario Mohamed Bin Salman è infatti messa in discussione dalla crisi economica, conseguenza del basso costo del petrolio, che costituisce il 90% circa delle entrate dello Stato, che sta spingendo il governo a misure come l’incentivazione dell’occupazione femminile e dell’industria privata. Va detto che nel Regno, quello che appartiene allo Stato di fatto appartiene alla famiglia reale. Più o meno come era in Europa nel medioevo.

Diventa quindi strategico, per i Sauditi, conquistare una sorta di primato a livello regionale, fatto che li porta a scontrarsi con l’Iran. Per questo motivo stanno cercando di riattivare l’amicizia con gli Stati Uniti.  Il recente viaggio di Trump a Riad è stato un segnale molto chiaro da parte di Washington, offrendo in cambio un approccio più morbido sulla questione israeliana. E non a caso, subito dopo aver visitato Riad, Trump è volato a Tel Aviv. E a loro volta, alla Casa Bianca sanno bene che l’Arabia Saudita è l’unica carta che gli rimarrà in mano, qualora non andasse in porto l’opzione curda, per mantenere un qualche ruolo nel quadrante mediorientale. Forse anche per questo motivo Israele è l’unico vero sostenitore del referendum per l’indipendenza del Kurdistan iracheno, che avrebbe pesanti conseguenze anche in Siria e che metterebbe in discussione il progetto iraniano. E a quel punto a Riad non mancherebbero di stappare qualche proibitissima bottiglia di costoso champagne.

Mattia Pase

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