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Roma, 21 ago – “In base alla responsabilità politica e nazionale, alla luce della situazione attuale che sta vivendo il Paese e la regione, e alla luce dell’emergenza coronavirus, il capo del Consiglio presidenziale del governo di accordo nazionale libico (Gna), Fayez Al Sarraj, ordina a tutte le forze militari di osservare un cessate il fuoco immediato e di fermare tutte le operazioni di combattimento in tutti i territorio libici“. E’ quanto si legge sulla pagina Facebook del governo di Tripoli. Si apre dunque una strada verso la pace in Libia? In parte sì, almeno a parole, perché dopo anni di dichiarazioni di guerra intervallate da lunghi periodi di conflitto effettivo, stavolta assistiamo almeno a buone intenzioni.

Cessate il fuoco condiviso

Non si tratta oltretutto di una svolta prettamente unilaterale, poiché oltre ad al-Serraj l’annuncio di “un cessate il fuoco su tutto il territorio libico” e l’avvio di un processo politico che “porti a nuove elezioni a marzo” è stato condiviso anche dal presidente del Parlamento di Tobruk, Aguila Saleh. I due hanno inoltre trovato un accordo sulla ripresa della produzione e dell’esportazione del petrolio, i cui proventi dovrebbero andare a un conto esterno della Banca nazionale libica e da cui si potrà attingere soltanto dopo un’ulteriore intesa. In una nota, al Sarraj fa sapere che “l’obiettivo finale del cessate il fuoco è ripristinare la piena sovranità sul suolo libico ed espellere le forze straniere e i mercenari“.

Lo stesso presidente del governo di Tripoli ha poi sollecitato la ripresa della produzione e dell’esportazione del petrolio attraverso la Noc, compagnia petrolifera libica, chiedendo una divisione equa dei proventi sulla base di quanto stabilito alla Conferenza di Berlino. Lievemente diverso il tenore delle dichiarazioni di Saleh, che punta soprattutto a tagliare “la strada a ogni ingerenza straniera”, processo che si concluderà a suo avviso “con l’uscita dei mercenari dal Paese e lo smantellamento delle milizie”. Secondo il presidente del parlamento di Tobruk, adesso urge la “costruzione dello Stato attraverso un processo elettorale basato sulla Costituzione”.

Le reazioni internazionali

Si tornerà dunque a una Libia unita? Nell’immediato, obiettivamente, è impensabile. Difficile credere che tutti gli attori interni (e soprattutto esterni), che agiscono nell’ex colonia italiana, siano infatti d’accordo con questa iniziativa. Vero è che buona parte della cosiddetta comunità internazionale ha accolto con favore l’annuncio della tregua e l’ipotesi di elezioni a marzo. Dall’Onu alla Francia, passando per Italia e Germania, i comunicati ribadiscono all’unisono l’importanza di questo processo di pace.
Così, ad esempio, la Farnesina: “L’Italia, che ha sostenuto in maniera costante e attiva gli sforzi dell’Onu nel quadro del processo di Berlino assieme ai principali partner Ue, accoglie con grande favore i comunicati emessi dal Consiglio presidenziale e dalla Camera in merito ad alcuni principi fondanti di un percorso condiviso per superare l’attuale stallo istituzionale nel Paese, a partire da una immediata cessazione delle ostilità e dalla riattivazione della produzione petrolifera”.

Il silenzio di Haftar

Resta però un problema non di poco conto. L’uomo forte della Cirenaica, il generale Khalifa Haftar nemico del governo di Tripoli, tace. Al momento non risultano infatti sue dichiarazioni in merito agli annunci del rivale, dunque la svolta generale non è affatto scontata. Prima di sbilanciarsi e sostenere con certezza la fine della guerra in Libia, è quantomeno d’uopo mantenere una doverosa cautela e attendere la presa di posizione di Haftar. Ammesso, in ogni caso, che alle parole seguano i fatti.

Eugenio Palazzini

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