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Roma, 8 ott – “Difendere la salute degli altri è giusto ma significa anche difendere la nostra salute”. Mentre Luigi Di Maio ci propina una serie di banalità come questa, direttamente dal Festival dello Sviluppo Sostenibile 2020 alla Farnesina, i pescatori italiani sequestrati dalle milizie di Haftar restano in carcere a El Kuelfia, vicino a Bengasi. Ma quel che è peggio, salvo improvvisi quanto auspicabili sviluppi positivi nella trattiva per il rilascio, verranno processati entro il mese di ottobre secondo la legge libica. Per l’esattezza, stando alle ultime rivelazioni, il processo inizierà il 20 ottobre. “Ci hanno confermato che il caso nei giorni scorsi è passato alla competenza della Procura militare – ha dichiarato l’armatore Marco Marrone del Medinea, uno dei due pescherecci sequestrati dai libici – il processo inizierà il prossimo 20 ottobre e alcuni di noi sono davvero preoccupati di non rivedere più i loro parenti”.

Nessuna chiamata

Una preoccupazione del tutto comprensibile e inevitabilmente crescente, perché da diversi giorni i familiari non riescono neppure a parlare con i loro parenti detenuti. “Abbiamo incontrato sia il presidente del consiglio Giuseppe Conte che il ministro Di Maio, ma non abbiamo avuto alcuna notizia, se non delle rassicurazioni – hanno raccontato alcuni di loro – Abbiamo fiducia nelle istituzioni, sappiamo che le trattative hanno bisogno di silenzio e tempo, ma almeno fateci parlare con loro, fateceli vedere”. Questa vicenda sta diventando insomma sempre più umiliante per l’Italia, tenuta in scacco da un generale che controlla soltanto una porzione della Libia. Ed è al contempo drammatica per amici e parenti di chi si ritrova rinchiuso in una prigione nei pressi di Bengasi, senza alcuna motivazione degna di questo nome.

“Alcuni sono diabetici, hanno bisogno di cure”

Per gli uomini di Haftar sarebbero entrati illegalmente nelle acque territoriali libiche, ma nessuno al mondo riconosce la sovranità libica in quella porzione di mare. Per chiunque trovarsi a 38 miglia dalle coste libiche significa infatti essere in acque internazionali. Oltretutto, come dichiarato a Tgcom24 dall’armatore trapanese Leonardo Gancitano, “alcuni hanno bisogno di cure, di farmaci, sono diabetici”. Ecco, non abbiamo neppure la certezza che ai nostri pescatori vengano fornite queste cure. Mentre Marco Marrone, l’altro armatore di una delle due imbarcazioni di Mazara del Vallo, ha spiegato oggi a Il Giornale di avere “il terrore” che la vicenda dei pescatori italiani “possa diventare un nuovo caso marò”. Difficile dargli torto, visto che siamo di fronte a due fattori correlati e particolarmente sconfortanti: l’intransigenza di Haftar e l’attendismo preoccupante del governo Conte.

Eugenio Palazzini

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