may elezioniLondra, 10 giu – Giocando col fuoco ci si scotta: lo sa bene Theresa May che, sull’onda di un entusiasmo generalizzato per la Brexit che premiava i conservatori, ha spinto per elezioni anticipate tentando di capitalizzare questo consenso ed invece è uscita dalle urne senza la maggioranza assoluta. Cosa che capitano: una campagna elettorale curiosa che ha visto i conservatori in costante perdita di voti e i laburisti, aiutati da un candidato ottimo per raccogliere consensi e pessimo per governare, in costante rimonta.

I laburisti sicuri di perdere hanno potuto fare una campagna elettorale a briglie sciolte, facendo promesse ridicole, alcune in palese contraddizione con la loro storia, ed altre completamente irrealistiche in caso di, improbabile vittoria. Corbyn è stato una specie di Sanders: piace a tutti a sinistra, mette a posto la coscienza perchè parla di lavoratori e diritti sociali, l’importante è che non vinca che altrimenti si deve rimangiare tutto. Per utilizzare un termine che piace ai nostri media, Corbyn ha scelto toni totalmente populisti, ma essendo pro-Ue, gli intellettuali nostrani al massimo lo hanno definito “ruspante”.

Il governo la May comunque lo farà, probabilmente con l’appoggio esterno degli Unionisti Protestanti Nordirlandesi e dei loro dieci seggi. Il punto interessante è che, anche se al Corriere se ne accorgeranno tra qualche giorno, la Brexit non ne risulterà frenata visto che questo eventuale alleato è totalmente a favore dell’uscita dall’Europa, probabilmente anche in modo più convinto rispetto ai conservatori inglesi. Il destino della May sembra comunque segnato: aver fatto perdere seggi al proprio partito, soprattutto nel contesto anglosassone dove esiste una certa territorialità degli eletti, significa essersi fatta molti nemici. Il partito le lascerà qualche tempo per stabilizzare la compagine al governo e poi la inviterà a mettersi da parte, a meno di miracoli o eventi eccezionali ( che però in questo periodo non sembrerebbero neppure da escludere a priori).

Dobbiamo notare che quel che era stato anticipato tempo fa si sta rivelando sempre più vero: l’Europa sta attraversando una crisi politica enorme, sicuramente la più grande dalla fine del secondo conflitto mondiale. Dopo l’Italia, la Grecia, l’Austria, l’Olanda e la Spagna anche l’Inghilterra si unisce alla lista dei paesi con governi al limite della paralisi. Un fatto particolarmente inedito nella realtà inglese dove il tipico sistema maggioritario ad un turno ha un enorme capacità stabilizzante ed è estremamente portato per premiare pochi grandi partiti o piccoli partiti molto radicati e concentrati: un sistema che impedisce la dispersione del voto che tanto distingue la storia italiana ad esempio.

Mentre la narrazione mainstream ci racconta di un pericolo populismo frenato da Macron e di una stabilità crescente in europa data dalla Francia e dalla Germania, la realtà è esattamente opposta. Persino i candidati dai programmi più mainstream se vogliono ottenere risultati devono aizzare l’elettorato usando toni allarmistici (“il pericolo fascista” in Francia) o populisti (Corbyn, la stessa Merkel) e soprattutto non stiamo andando verso una stabilizzazione del sistema politico europeo, ma verso uno stallo.

Un caos che procedendo dall’esterno (Grecia, Spagna, Italia ecc) sta assediando poco per volta il centro; prendendo sempre più spazio e slancio. Una crisi politica che diventerà palese entro fine anno, quando le elezioni federali in Germania, e quindi del cuore di questa Europa, mostreranno se e davvero qualcuno è in grado di tenere in piedi quel corpo malato che l’Unione Europea.

Guido Taietti

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