1A9799F0-3057-4BE6-AA47-F08F61F95E84_mw1024_s_nRoma, 27 ott – È una delle ferite aperte della storia delle relazioni internazionali e del lavoro delle Nazioni Unite, che oramai sembrano aver dimenticato la storica contesa per il controllo della regione al confine tra l’Azerbaijan e l’Armenia. Il Nagorno Karabakh, il “nero giardino montuoso” come si traduce in lingua azera, l’Artsakh come invece lo chiamano gli armeni che dal 1989 in contemporanea al collasso dell’Unione Sovietica ne hanno eroso il territorio sottraendo il controllo della zona agli Azerbaijani fino ad arrivarne ad occupare, secondo il ministero degli esteri di Baku, illegalmente ben sei provincie oltre la zona contesa.

Il Nagorno era dal 1923 un Oblast (provincia) autonoma della repubblica dell’Azerbaijan, ma dopo gli sconvolgimenti sociali e geografici tipici dell’epoca sovietica e sfruttando una fortunata fase di crescita demografica e di re-immigrazione forzata, gli Armeni cominciarono a premere sul confine della regione e a colonizzarne letteralmente intere aree fino a poter arrivare, con la forza dei numeri e delle armi, ha proclamarne l’annessione.

Il governo di Baku stima in quasi un milione gli sfollati provenienti dalle zone occupate dalla Armenia, di cui almeno settecentomila sarebbero i cosiddetti I.D.Ps (internally displaced persons), cioè tutti coloro i quali, costretti con la forza, abbiano abbandonato la loro zona d’origine cercando rifugio in altre aree dello stato.

Secondo Hikmat Hajiyev IMG_9530portavoce del ministero degli Affari esteri della repubblica dell’Azerbaijan, la questione dell’occupazione illegale dei territori della regione non viene presa con serietà dagli organismi internazionale, come ad esempio l’Onu, che dal 1993 ad oggi ha emanato ben quattro diverse risoluzioni per dirimere la questione.

Il 30 aprile del 1993 il consiglio di sicurezza adotta la risoluzione 822 per: “Chiede la cessazione delle ostilità e il ritiro delle forze di occupazione locali truppe dal distretto di Kelbajar dopo la sua occupazione del 3 aprile 1993”, un area, questa, di ben tremila chilometri quadrati in cui al tempo della occupazione vivevano 57.756 persone.

La risoluzione non trova seguito e non viene implementata al punto che già il 29 luglio dello stesso anno, dopo appena tre mesi, il consiglio di sicurezza adotta una nuova risoluzione, la 853, e “chiede l’immediata cessazione di tutte le ostilità, chiede il ritiro delle truppe armene in loco dal distretto di Agdam dell’Azerbaijan occupato il 23 giugno 1993 e ribadisce la risoluzione ONU 822”, come si evince dal testo intanto l’occupazione militare armena ha continuato a erodere terreno questa volta andando a occupare un area di millecentocinquanta chilometri quadrati che contava al tempo 132.170 abitanti.

La questione delle implementazioni, cioè la trasformazione pratica delle direttive di una risoluzione, rimane centrale nella vicenda, infatti, ad oggi, nessun membro del consiglio di sicurezza sembra voler passare ai fatti e intervenire come si dice “boots on ground” inviando contingenti di peace keeping nella zona dove invece si muovono molto forti interessi russi ed iraniani.

Il 14 ottobre del 1993 la nuova risoluzione 874 tira in ballo i paesi membri del Gruppo di Minsk, una struttura di lavoro creata nel 1992 dalla Conferenza sulla Sicurezza e Cooperazione in Europa (CSCE), dal 1995, allo scopo di incoraggiare una soluzione pacifica e negoziata dopo la guerra del Nagorno-Karabakh.

Un tavolo di lavoro guidato da una co-Presidenza attualmente composta da Francia, Russia e Stati Uniti coadiuvati dai rappresentanti di Bielorussia, Germania, Italia, Portogallo, Paesi Bassi, Svezia, Finlandia e Turchia oltre appunto dell’Armenia e dell’Azerbaigian che però esprimono forti perplessità sul suo operato da punti di vista ovviamente differenti, ma che non facilitano i lavori dell’organizzazione. L’Armenia, infatti, vorrebbe che al consesso prendesse pare anche un rappresentante della repubblica autonoma del Nagorno Karabakh, mentre l’Azerbaijan vorrebbe che il seggio francese fosse sostituito dalla Turchia paese storicamente amico della Repubblica Azera.

Intanto sul confine la tregua precaria si è rotta e il consiglio di sicurezza Onu è stato chiamato il 12 novembre del 1993 ad adottare l‘ennesima risoluzione in cui “condanna le recenti violazioni del cessate-il-fuoco stabilito tra le parti, che ha provocato una ripresa delle ostilità; invita il governo armeno di usare la sua influenza per ottenere la conformità dagli armeni del Nagorno-Karabakh con le risoluzioni 822, 853 e 874; richieste da agli interessati l’immediata cessazione delle ostilità armate; chiede il ritiro delle truppe armene dal distretto di Zangilan e ribadisce risoluzioni ONU 822, 853, 874”.

Allo stato attuale la questione del Nagorno Karabakh rappresenta forse uno dei più chiari esempi di come, in mancanza d’interessi locali delle super potenze, gli organismi internazionali fatichino o non siano del tutto in grado di assolvere i compiti che gli sono attribuiti limitandosi ha veri e propri esercizi verbali che non hanno alcuna risoluzione pratica sul terreno.

Questa inefficienza, frutto del disinteresse o, come in questo caso, dell’esistenza di interessi uguali ma contrari al normale iter legale intrapreso e riconosciuto nelle risoluzioni, è costato fino ad oggi migliaia di vite umane e ha scritto l’ennesima pagina nera sul libro delle violazioni dei diritti umani.

L’esempio più tragico, se è lecito mettere in scala tali eccidi, è sicuramente quello testimoniato nella città di Guba, nel nord dell’Azerbaijan, dove nell’aprile del 2007, durante i lavori di costruzione di uno stadio di calcio fu scoperta un’imponente fossa comune a ridosso del locale corso d’acqua riempita con 137 scheletri di cui almeno 24 sarebbero di bambini e 28 di donna.

Il massacro risale già al 1918 e secondo le istituzioni Azere sarebbe la testimonianza della continua e costante volontà degli Armeni di cancellare la presenza Arzabaijana della zona per adempiere alla costruzione di una cosiddetta Grande Armenia che arrivi a lambire il Caspio: mare ricchissimo di gas naturale e petrolio da cui oggi l’Azerbaijan trae la quasi totalità del suo crescente benessere.

La questione delle risorse e soprattutto della messa in posa di gasdotti e oleodotti che dal Caspio azero arrivino nel continente europeo è divenuta col tempo la chiave di volta delle rivendicazioni territoriali nella regione.

L’Azerbaijan, che conserva ottimi rapporti di cooperazione con la Georgia e la Turchia, vorrebbe che i vettori d’esportazione delle risorse passassero appunto nei territori di questi stati spostando l’asse geopolitico del controllo delle risorse su altre coordinate non più legate al dualismo regionale Russia- Iran, i due “big” che sono al nord e al sud del Caspio e che provano ad egemonizzare la gestione di queste risorse strategiche.

L’interrogativo chiave di come queste risorse debbano arrivare nel mercato europeo sembra essersi risolta con la firma del contratto per la costruzione del gasdotto Baku-Tbilisi-Ceyhan tra l’Azerbaigian, Georgia e Turchia nel 1998.

Inaugurato ufficialmente il 13 luglio 2006 trasporta petrolio greggio per 1.760 km (1.090 miglia) dal giacimento petrolifero di Azeri-Chirag-Guneshli nel Mar Caspio al Mar Mediterraneo.

Il petrolio estratto dal vicino Sangachal Terminal a Baku, passa per Tbilisi capitale della Georgia, e approda nel mediterraneo da Ceyhan sul lato sud-orientale della costa turca.

È il secondo più lungobaku-azerbaijan-pipeline oleodotto al mondo e fa concorrenza al primo, quello che passa dalla Russia il cosiddetto oleodotto dell’Amicizia che trasporta petrolio per circa 4.000 km passando in Ucraina, Ungheria, Polonia e Germania.

L’oleodotto Arzebaijano darà un importante contributo allo sviluppo della fornitura di energia con più di un milione di barili (160.000 m3) al giorno di capacità. Grazie a questo progetto la Turchia si aspetta di guadagnare circa 300 milioni di dollari l’anno.

A tutto questo si aggiungono le immense risorse di gas scoperte a largo di Baku come lo Shah Deniz Field, scoperto nel 1999, uno dei più grande giacimento di gas della BP.

Mentre il 9 settembre 2011, il colosso energetico francese Total SA, in Azerbaigian dal 1996, ha annunciato un’importante scoperta di gas nel giacimento di Absheron 100 km a sud est di capitale Baku, un giacimento che si stima intorno 300 miliardi di metri cubi di gas che incrementerà le riserve di gas dell’Azerbaigian da 2,2 a 2.500 miliardi di m3.

Quindi non solo una lotta per la conquista di qualche villaggio o delle regioni storiche di provenienza delle rispettive etnie, ma un chiaro gioco di forze opposte per il controllo o la destabilizzazione di un’area geografica strategica in tema di risorse naturali e posizione, una congiuntura fatale per chi attende giustizia e spera ancora negli organismi internazionali che invece, sembrano segnare il passo sacrificando la loro essenza sull’altare dell’equilibrio globale e della lotta per le risorse naturali.

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