Obama LibiaWashington, 12 mar – Quello che molti analisti in tempi non sospetti hanno sempre sostenuto alla fine è stato ammesso anche dal Presidente degli Stati Uniti Obama: “Quando mi guardo indietro e mi chiedo cosa sia stato fatto di sbagliato mi posso criticare per il fatto di avere avuto troppa fiducia nel fatto che gli europei, vista la vicinanza con la Libia, si sarebbero impegnati di più con il follow-up”. Un modo strano però per prendersi la colpa di un intervento militare che, avendo abbattuto Gheddafi, ha lasciato spazio a quel vuoto di potere immediatamente riempito da jihadisti e altre milizie che ormai da anni insaguinano le sabbie libiche. Perché il Presidente degli Stati Uniti qui sta praticamente dicendo che l’errore non fu tanto attaccare la Libia, ma fu quello di avere avuto fiducia nei suoi alleati, Francia e Inghilterra, in chiave di una veloce risoluzione della crisi dell’area, risoluzione che ancora è di là da venire nonostante i proclami sul fantomatico governo di unità nazionale libico.

Ma Obama rincara la dose, e nell’intervista a The Atlantic dal titolo “The Obama doctrine”, bolla gli alleati, dei paesi del Golfo ma anche europei, come “opportunisti” e “free rider”, accusandoli apertamente di non aver avuto sufficiente convinzione per sostenere l’impegno militare. Parole che suonano come una sorta di scaricabarile nei confronti soprattutto della Francia, la vera regista dell’intervento armato, che ora, a distanza di anni, sta continuando a perseguire la propria politica in Libia, fiancheggiata dall’Inghilterra e con l’aiuto, nemmeno troppo velato, dei bombardamenti degli Stati Uniti.

Sangue di Enea Ritter

Nell’intervista Obama svela anche come la sua stessa amministrazione fosse spaccata in due tra interventisti come la Clinton, vero falco della politica americana e futuro pericoloso concorrente per la Casa Bianca, e chi invece preferiva ricercare soluzioni diplomatiche nonostante le pressioni dei Paesi del Golfo ed Europei: “E’ ormai diventata un’abitudine negli ultimi decenni – si lamenta il Presidente – che in questi circostanze la gente ci spinga ad agire ma non mostra nessuna intenzione di rischiare nulla nel gioco”.In vista del prossimo intervento “boots on ground” in Libia tali parole suonano un po’ come una sorta di piagnisteo di chi non è riuscito subito ad ottenere quello che voleva, uno scaricare le colpe sugli alleati perché le cose sono andate male dicendo “Guardate io non volevo, sono stati gli altri a costringermi e poi mi hanno lasciato solo”; come se gli Stati Uniti non fossero una superpotenza mondiale e non avessero il potere di decidere della sorte di una nazione a seconda del loro tornaconto. Però questo piagnisteo serve a inquadrare la richiesta fatta dal Governo americano all’Italia di quei famosi 5 mila soldati da inviare in Libia: gli americani ci stanno dicendo che se devono intervenire questa volta non dovranno essere da soli, e le cose andranno fatte sino in fondo.

Suonano anche molto ipocrite le dichiarazioni di Obama in merito alla Siria, anche se considerando la sua dottrina di disimpegno nei teatri europeo e mediorientale: il Presidente si dice infatti orgoglioso del fatto di non essere intervenuto militarmente bombardando le truppe di Assad nel 2013. “Sapevo che premere il pulsante di pausa per me avrebbe avuto un costo politico, ma sono riuscito a svincolarmi dalle pressioni e pensare in modo autonomo a quale fosse l’interesse dell’America, non solo rispetto alla Siria ma anche rispetto alla democrazia”, queste le parole dell’uomo più potente del mondo. Evidentemente l’interessa maggiore per l’America e per la democrazia era sovvenzionare e armare i tagliagole del Califfato e di al-Qaeda in Siria tramite le petromonarchie del Golfo per poi farle spazzare via dalla Russia e fornire a Putin un importante sbocco geopolitico verso i “mari caldi” come vuole la dottrina russa dai tempi degli Zar. Tagliagole che, sotto la pressione dei bombardamenti russi e delle azioni congiunte dell’Esercito Siriano unito alle truppe di Teheran e alle milizie sciite di Hezbollah, stanno lentamente migrando, via Turchia e Giordania, verso il nord Africa e più precisamente proprio in Libia.

Un sentito grazie quindi per questa intervista-confessione del Presidente Obama che è servita a fugare i dubbi di quei pochi che ancora ritengono fosse giusto l’intervento anglo-franco-americano in Libia e che ci permette di capire come la politica estera dell’amministrazione Obama sia fondamentalmente peggiore anche di quella scellerata di Bush, che se non altro aveva il pregio di andare a fondo nei propri errori invece di fare marce indietro molto pericolose.

Paolo Mauri

1 commento

Commenta