IMG_7349Kiev, 25 apr – Lasciamo la pacificata Kiev dove ognuno può diventare un soldato comprando a poco prezzo una uniforme. Ci dirigiamo alla stazione centrale, mentre il sole si arrossa e sparisce dietro i palazzoni della periferia, abbiamo giusto il tempo per consumare un piatto di Vareniky alle ciliege e bere un té in una mensa a self service, difronte alla enorme sala dei biglietti.

La stazione malgrado l’orario scoppia di persone di ogni tipo, veri e propri cumuli di zingari assediano le panche delle sale d’aspetto sotto lo sguardo annoiato della polizia. Sul tabellone luminoso scorrono i nomi di centinaia di città, orari di treni e stazioni, i soldati formano gruppetti silenziosi e aspettano che la loro destinazione si illumini, poi riprendono le loro sacche di tela e i loro zaini e spariscono nei sottopassaggi che portano ai binari.

Per molti di loro il destino ha emesso una sentenza formata da piccole lucine luminose che oggi sono i nomi di altrettanti campi di battaglia, dove per questi soldati la situazione si va ogni giorno complicando. Aspettiamo in un bar che ha dei tavolini che gli zingari non sono riusciti a riadattare a baracche, con la scusa di due caffè attacchiamo i telefoni a ricaricare su una presa zeppa di fili. Abbiamo ancora qualche ora da passare prima che il notturno arrivi sul binario.

Mentre inganno il tempo al tavolino del bar, alzando gli occhi dalla tazza semivuota del té, assisto a quella che immediatamente diventa la foto perfetta di questo viaggio, la spiegazione plastica della tragedia che ha colpito questa nazione, la nuda e cruda verità al netto delle bandiere e delle mostrine colorate, al netto della propaganda e del fervore nazionalista. Vedo la verità e sono addirittura cosi stupido da non tirare fuori la macchinetta e fotografarla.

Al tavolo di fronte una coppia si è alzata e ha liberato la mia visuale verso il tavolo dietro di loro, una sorta di sipario umano apertosi su la scena tragica di un film muto. Un uomo sulla quarantina siede esattamente difronte a me, ha in dosso mimetica, scarponi e gilet da combattimento, è ricurvo come se anche da seduto portasse uno zaino pesantissimo, fissa un bicchierino di liquido trasparente che una signora grassoccia e mal vestita si sforza mestamente di avvicinargli. La sua faccia è scossa da decine di tic nervosi diversi, ogni tanto fa un movimento con la testa come se seguisse un discorso di un altro tavolo e poi annuisce rassegnato. Ogni tanto si ricorda della donna che gli siede a fianco muta, si gira e gli avvicina una rosa incartata nella carta trasparente, lei la guarda e non la tocca, si sorridono per un secondo, una smorfia tirata sul volto del soldato, poi gli occhi si fanno lucidi e lui ritorna a guardare il pavimento lurido del bar, lei prova a toccargli le mani, lui le tiene con se.

Ho davanti a me la scena madre di cosa sia veramente questa guerra per il popolo ucraino, un popolo di gente semplice che non sa nulla delle lotte geopolitiche per il potere, un popolo che si è smosso ed è partito per il fronte cantando gli inni della liberazione me che ora fa i conti con il lato più oscuro della guerra quello che riempie lapidi e memorie di nomi e date.

Rimango a fissarli ma non mi muovo, loro neanche notano che sono dieci minuti che li guardo, il mio più grande rimpianto è non aver scattato una foto, persino il suono della camera sarebbe apparso un suono troppo allegro per la tragicità di quel momento.
La compagna grassa del soldato gli ha comprato un altro bicchierino e lui ora ha nuovamente sul tavolo qualcoa da fissare mente i suoi demoni lo chiamano e lui risponde con i suoi tic e i cenni del capo.IMG_7482

Per noi è tempo di andare.
Neanche a dirlo quella visione mi ha messo il freddo nel cuore, sto cominciando a preoccuparmi perché la nostra destinazione è esattamente quella da cui oggi chi ha buon senso e qualche soldo vuole fuggire. La nostra meta è il fronte.

Il treno è un gigante di metallo dipinto di blu, steso per centinaia di metri sui binari. Ormai è buio pesto e i capo treno illuminano i biglietti dei passeggeri con le torce. Sulla porta del nostro vagone c’è una ragazza in divisa, non ha ancora abbassato la scala retrattile del vagone, le mostriamo i biglietti alzando il braccio ma lei ci fa cenno di aspettare da un lato.

Si guarda intorno, poi sente il fischio e solo dopo aver controllato il suo orologio e averlo confrontato con quello sul binario ci fa salire. Troviamo la nostra cuccetta, ci sono 4 letti messi due per lato, a castello, i nostri sono quelli sopra cosi ci arrampichiamo e cominciamo a farci il letto con la fornitura offerta dalle ferrovie ucraine: un lenzuolo e un asciugamano imbustati e un piumone spesso due centimetri per scaldarsi.

Siamo stanchi e vogliamo dormire, uno dei nostri compagni di viaggio ha alzato il gomito ha l’alito che sa di alcol, continua a scusarsi e a dire che non farà rumore poi scopre che siamo italiani e allora ha la bella idea di strillare tutti i nomi di calciatori italiani che gli vengono in mente, poi si scusa, poi riattacca, poi alla fine dopo che non gli diamo più spago si addormenta vestito. Ci sveglia la ragazza controllore poco prima delle sei per dirci che il treno sta per arrivare in stazione e dobbiamo riportare la fornitura di lenzuoli alla fine del corridoio.

Scendiamo dal vagone, siamo in quella che consideriamo la tappa intermedia del nostro viaggio, la città di Dnipropetrovsk.IMG_7479 Vanto dell’ industria sovietica e ora base missilistica, la città si stende ai lati del fiume Dniper da cui prende il nome, appena arrivati ci appare fredda e vuota, ma è l’alba e può esser normale. Un taxi ci porta alla stazione dei pullman dove speriamo di prendere la coincidenza per arrivare in una delle due roccaforti separatiste la città stato di Donetsk.

Il primo pullman a disposizione parte alle dieci, così ci troviamo altri tavolini e altri bar da occupare per far passare i minuti. Riuscendo a prendere la corriera a quell’orario potremmo essere nella repubblica popolare di Donetsk per il pomeriggio. Comperiamo i biglietti da una cassiera incredula che due occidentali vogliano spingersi cosi est proprio in quel periodo, saliamo sul pullman che intanto è arrivato sulla piattaforma numero venti ed è stato assalito da passeggeri che provano tutti insieme a infilare i loro bagagli nel vano mentre l’ autista prende pacchetti e buste da portare a destinazione.

Ci sistemiamo gli zaini tra le gambe e dopo pochi minuti crolliamo dal sonno, in treno abbiamo dormito malissimo ovviamente, ma ora cominciamo a rimpiangere i binari perché le strade ucraine sono qualcosa di indescrivibile. Buche grosse come crateri, acqua che scorre da non si sa dove, bestie che passano e automobilisti furiosi che non mancano di andare contro mano invadendo la corsia opposta per evitare una buca o un cane. Il pullman è pieno zeppo e intorno a noi la città comincia a sparire per lasciare il posto a radi agglomerati di case strette tra di loro e circondate da muretti di cemento.

Tra Dnipropetrovsk e Donetsk ci sono 250 km da fare e sono tutti con strade pessime, ci metteremo una vita, stretti tra gli zaini e i sedili del piccolo pulmino.

Dopo un tempo interminabile arriviamo alla fine di una fila infinita di macchine e autobus. In cima alla fila, che il conducente prova a saltare, c’è un posto di blocco dell’ esercito ucraino, la bandiera azzurra e gialla sventola sulla garitta di cemento e due compound prefabbricati di lamiera fungono da uffici. Ai lati sono state scavate delle trincee con dei bunker interrati. Ci mettiamo in fila e addirittura ci viene detto di spegnere il motore.

IMG_7290Arriviamo finalmente al check point, un soldato sale nel pullman e i passeggeri gli porgono i documenti, noi gli mostriamo i passaporti, lui li guarda li prende e scende dal pullman. Ricompare un secondo dopo e ci fa cenno di scendere con tutti i bagagli, una volta a terra dicono al nostro pullman di ripartire.

Lo vediamo allontanarsi dietro i sacchi di sabbia e le trincee del posto di blocco mentre in soldato magro con gli occhi freddi e incavati sparisce con i nostri passaporti in una baracca al ciglio della strada.

Siamo al confine del nulla dove la bella pianura ucraina si trasforma in un immenso campo di battaglia, i trattori che solcavano i campi coltivati a grano hanno da tempo lasciato il posto ai carri armati coperti dai teli mimetici.

E noi siamo soli.

Alberto Palladino

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Alberto Palladino
Nato a Roma, classe 1987. Studia Scienze storiche e cooperazione internazionale all’università Roma 3 e da qualche anno ha iniziato a percorrere la strada professionale del reporter. Fino ad oggi, nonostante le difficoltà che incontra chi lavora in questo settore da indipendente, è riuscito a coprire alcuni degli scenari di crisi più importanti di questi ultimi anni provando a raccontare, fra gli altri, la secessione in Ucraina e la guerra antiterroristica in Siria. Collabora con importanti testate nazionali e straniere. Ha realizzato reportage dal Kosovo, embedded con la missione italiana, dall’Azerbaijan e dai luoghi di eventi importanti e tragici come gli attacchi di Parigi. Ha collaborato alla realizzazione di progetti umanitari con la onlus Solidarité Identités e la onlus Popoli in molti dei Paesi da cui poi ha scritto per questa testata: Kosovo, Birmania, Siria. Ha viaggiata nella Siria devastata dal terrorismo scattando foto e aiutando i bisognosi, sublimando al massimo la sua vocazione. Per il Primato Nazionale anima la redazione esteri e propone i suoi scatti fotografici per far aprire gli occhi ai lettori, perché è persuaso che nel mondo di oggi non è più sufficiente guardare, bisogna vedere.

1 commento

  1. Complimenti per i vostri articoli sull’Ucraina, solo chi ci è andato davvero e con un occhio obbiettivo poteva descrivere la situazione di quel paese con tanta meticolosità.
    Gli ucraini sono veramente persone semplici, passionali e un politicamente molto ingenui.
    Per me che li conosco bene posso dirvi che assomigliano molto ai siciliani, sarà per questo che mi ci trovo bene, ospitali, cerimoniosi, suscettibili, eccessivi, di poche parole, molto legati alla loro terra e quindi disposti a emigrare per lavoro ma solo per poi tornare a casa loro.
    Oggi purtroppo come molti popoli sono vittime dell’abbaglio del benessere e delle strategie geopolitiche di potenze straniere e di governi corrotti, non finirà bene.
    Continuerò a leggere con grande interesse i vostri racconti, augurandomi di incontrarvi di persona per poter avere uno scambio di esperienze e opinioni sulla terra del grano.

    Dopobacennia!

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