Roma, 20 set – Attimi epocali, un giorno che ha archiviato la storia del Novecento. I funerali di Elizabeth Alexandra Mary sono stati senza alcun dubbio un evento straordinario. Impossibile ignorarlo, assurdo pensare di non rimarcarne la rilevanza, dopo che per cinque giorni decine di migliaia di persone si sono messe in fila, per ore, con l’obiettivo di dare l’ultimo saluto alla sovrana scomparsa all’età di 96 anni lo scorso 8 settembre. Tuttavia, ciò che resterà, nel Regno Unito, della Regina Elisabetta II non lo sappiamo.

Retorica scodinzolante

Siamo altresì ben consci di cosa rimarrà altrove, ovvero nelle redazioni di certa stampa: pagine di nulla scodinzolante prodotto all’uopo. Di chi ha vissuto la morte di una regina altrui come la chiusura di una serie televisiva, scatenando lacrimucce social e incantati sguardi fissi sul televisore. Proiettando lettori (di titoli) e spettatori, in una spasmodica caccia al dettaglio glamour. “Guarda quanto è carino il principino”, “Sì, ma come si chiama la sorellina?”, “Ma lo vedi come è vestito tizio?” “E poi caio, quanto costerà quell’abito meraviglioso che sta indossando?”. Milioni di italiani che, secondo la suddetta stampa, dovrebbero percepirsi adesso come collezionisti di tabloid, birichini paggetti, sudditi di cotanta regalità.

Cari paggetti, Elisabetta II non era la nostra regina

Eppure non è una fiaba, non è una fiction, non è un qualsiasi Trono di Spade. Nemmeno The Crown, per rimanere in tema. E soprattutto, cari italiani, quella non era la nostra regina. Piuttosto ovvio, si dirà, eppure c’è qualcosa che stona in questa consapevolezza celata. Dalle interminabili trasmissioni televisive dedicate all’evento, ai fiumi di inchiostro sprecati per raccontarci la corona delle corone. Si sono scoperti tutti esperti di Regno Unito, fini analisti del costume british, raffinati degustatori di tè delle cinque. Tutti lì, sembra di vederli, pensandosi assiepati in esclusivi club a sorseggiare Earl Grey, dall’aroma agrumato di bergamotto calabrese in assenza di agrume albionico, a sognar la fresca quiete di Simla.

D’un tratto, chi ancora scambia l’espressione geografica “Gran Bretagna” con “Regno Unito”, sa tutto della ritualità inglese, pardon britannica. Grande è la confusione sotto il cielo in una stanza dei commossi commentatori di casa nostra, improvvisamente adoratori della casata d’altri. E chi se ne frega se alle porte ci sono elezioni cruciali per l’Italia, se siamo devastati da una crisi economica ed energetica senza precedenti. Quando l’Impero coloniale britannico, che stravolse il mondo, pensò di sanzionarci per la guerra in Etiopia, capimmo che Londra era un’ex amica e che in fondo, amica vera, non lo era mai stata. Smemorati, ora in Italia sono tutti lì, a sciorinare litanie stucchevoli e a imbracciare cornamuse, scozzesi.

Eugenio Palazzini

La tua mail per essere sempre aggiornato

3 Commenti

  1. Che cosa si aspettava dalla disastrata Italia in cui viviamo? Priva di un qualunque punto di riferimento, spogliata di un coscienza patriottica seria, ripiegata su se stessa, e la metà della quale non andrà a votare. La regina che abbiamo noi al momento è quella ragazza straordinaria e bella che ha vinto gli ori ai campionati mondiali di ginnastica ritmica. Una regina che pare una fata.

  2. Mi sovviene come negli anni ’60 eravamo “abbagliati” da tutto ciò che era anglosassone, musica, abbigliamento, vetture, località, big ben, football… addirittura bandiera. Proviamo, anche da questo, a comprendere meglio cosa avviene nelle aree che devono (sic) essere “emergenti”… abbagliate da non vedere e capire più una mazza.

Commenta