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Abdurrahman Abdulhadi, il combattente Isis prigioniero dei curdi, intervistato da Russia Today

Damasco, 28 dic – Il ruolo di Ankara nella nascita e nella crescita delle milizie del sedicente Stato Islamico è sempre stato estremamente vago, un confine molto labile in quella che sembra essere la guerra asimmetrica “perfetta” dove i fronti sono pressoché infiniti. Fatto che sta, dopo l’abbattimento del caccia russo e la conseguente reazione di Mosca, sembra cadere sempre più la maschera della Turchia e del suo doppio gioco nei confronti dell’Isis.

A tenere banco, questa volta, sono le dichiarazioni di un combattente di Daesh, Abdurrahman Abdulhadi, catturato a novembre dalle milizie curde nel nord della Siria. “Sono ostili all’Isis solo all’apparenza, in realtà sono nostri amici“, rivela il prigioniero, intervistato da Russia Today, in merito alla Turchia. “Nell’agosto 2014 – prosegue Abdurrahman – ho seguito il mio addestramento nella città turca di Adana, insieme ad uno degli emiri dell’Isis” e uno degli addestratori “parlava turco”. Adana si trova a meno di 200 km in linea d’aria dal confine siriano, può essere solo una coincidenza? E’ scettico a tal proposito: “Siamo stati addestrati in Turchia perché i comandi dell’Isis pensavano che fosse più sicuro che in Siria, a causa dei bombardamenti“.

Non solo addestramento, ma anche proselitismo. Completata la “formazione”, primo compito è stato quello di fare proselitismo per ingrossare le fila di Daesh. E il bacino di elezione non poteva che essere quello dei profughi: “Molti erano cittadini siriani, venuti in Turchia in cerca di lavoro, ma poi passati con l’Isis”. L’ex combattente spiega anche i successivi passaggi: “Al termine del periodo di addestramento siamo stati mandati alla città turca di Urfa. Da lì le reclute erano trasferite al confine Turchia – Siria, per poi proseguire verso Raqqa”.

 

Roberto Derta

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