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Seconda e ultima parte della nostra inchiesta sul putinismo: QUI la prima parte
Mosca, 21 ott – Va considerato che, sebbene nel linguaggio politico tradizionale russo, dal 1941 “fascismo” corrisponde a invasione tedesca, Putin, in molti discorsi pubblici mondiali, ha ad esempio paragonato l’Isis al “nazismo totalitario”, non nominando mai il fascismo italiano come termine di paragone negativo.
La stessa questione dell’antidemocraticità del fascismo ieri, e del putinismo oggi, è ridimensionata assai dalle profonde conclusioni del politologo dell’università di Harvard Yascha Mounk. Il sistema politico euroccidentale non sarebbe affatto una democrazia, ma un regime liberal-rappresentativo dominato da una dittatura elettorale, affetto dal problema cronico della necessaria sudditanza a minoranze. Di conseguenza, non ha molto senso accusare la Russia di non essere un perfetto Stato di diritto.
Peraltro, sia fascismo, sia putinismo, con difficoltà si possono considerare esperimenti “nazionalpopulisti” o “etnoidentitaristi”. La centralità ideologica dello Stato etico popolare (nel caso dell’Italia e della teoria politica di Giovanni Gentile) e dello Stato democratico-sovrano (nel caso della Russia e della teoria politica di V. Surkov), si impone sul dato naturalistico o etnonazionalistico, aspirando ad una prospettiva imperiale e universale.
La forte differenza che va però notata tra fascismo e putinismo, è che Mussolini promosse una capillare mobilitazione ideologica di massa, una mobilitazione attiva di massa. Putin assolutamente no, se si eccettua la tradizionale parata del 9 maggio, giorno della vittoria della Grande guerra patriottica e una certa pedagogia basata su una visione “patriottica-eroica” vigente nelle scuole russe. Oltre una certa affinità ideologica, traspare forse una differenza quanto al disegno finale. Differenza di strategia, dovuta probabilmente anche a motivazioni geopolitiche e contestuali. Mussolini, operando al di fuori del mercato mondiale, puntava a sovvertire la stabilità del quadro geopolitico internazionale in quanto l’Italia, incatenata da sempre sul Mediterraneo dall’imperialismo anglosassone e francese, era altrimenti destinata alla schiavitù sul piano dei beni primari essenziali, data la povertà assoluta di materie prime del Paese. Putin, rappresentante invece di una grande nazione ricchissima nelle materie essenziali, punta di contro alla stabilizzazione del quadro geopolitico planetario ed a una moderata integrazione con il mercato mondiale. Grazie a questa duttilità e a questo pragmatismo del suo presidente, la Russia esercita un ruolo politico mondiale centrale, ha marginalizzato la funzione strategica transatlantica sia della russofobica Ue (definita in più casi “satanica” e “anticristiana” da Putin perché l’ ideologia “liberal-totalitaria” europea sarebbe il nichilismo gender) sia della Gran Bretagna.
Come nei migliori momenti della storia russa, uno statista vero sa dettare i tempi: grazie alla politica del Cremlino di questi recenti anni, infatti, si è passati dal globalismo unipolare statunitense ad un mondo multipolare con quattro grandi potenze centrali (Usa, Cina, Israele e appunto Russia). Il Nuovo ordine eurasiatico, promosso da Putin è, chiaramente, a differenza dell’Italia fascista, un elemento di stabilità globale, non di offensiva politica “imperialista”: l’interventismo russo ha permesso di pacificare e spegnere pericolosissimi conflitti aperti dagli euro-occidentali sempre con finalità antirusse nella “nuova guerra fredda”, come sostiene non Lavrov, ma il Professor J. Mearsheimer nella sua ultima fondamentale opera, The Great Delusion: Liberal Dreams and International Realities (2018). Pur di salvare la pace mondiale, Putin ha fatto ingoiare in più casi bocconi amari al popolo russo con continue ritirate strategiche (dalla momentanea perdita di Kiev ai continui eccidi, provocatori, contro i soldati della Federazione in medio oriente). En passant, va qui notato che il pontificato bergogliano ha paradossalmente operato di concerto, in più casi, con il Cremlino al fine della tutela della pace: paradossalmente in quanto l’operazione “dimissioni Benedetto XVI” fu quantomeno agevolata, se non propiziata, dal clan anglosassone, da Obama-Clinton e dai potenti della terra – quelli che l’Imam Khomeini definiva i poteri dell’arroganza e dello sfruttamento globali – proprio con finalità russofobe. Bergoglio, viceversa, ha una formazione politica appartenente al “Peronismo di destra”: il peronismo, del quale oggi si parla spesso a vanvera e di cui non si conosce la dialettica interna, non fu mai russofobo, nemmeno nei suoi recenti governi (la stessa Giunta militare Argentina di fine anni Settanta fu probabilmente, a differenza di quella Cilena, filosovietica) e il pontificato odierno è uno dei pochissimi, nella storia geopolitica del Vaticano, non anti-ortodosso.
In conclusione: Panrussismo tradizionalista di Stato e Fascismo italiano sono, in fondo, due modulazioni differenti di una medesima dottrina politica, fondata, mutatis mutandis, su una precedente rivoluzione nazional-popolare finalizzata alla creazione di uno Stato etico? Populismo da un lato, totalitarismo dall’altro sono categorie che, anche laddove ben contestualizzate (dal popolo sovrano al partito unico, centro totalitario della vita politica nazionale), non hanno molto a che vedere con il principio spirituale di Stato etico basato sulla mobilitazione ideologica attiva. Quella di Mussolini fu una rivoluzione che si realizzò dal basso, mediante una durissima lotta politica, e si integra nel quadro della tradizione politica italiana di scuola rinascimentale. Quella di Putin è tipicamente russa, certamente meno popolare, più di apparato. Ma in effetti rimane l’interrogativo da cui siamo partiti, se si cerca di inquadrare il fenomeno da una prospettiva meno ideologica, meno liberal rispetto a quella degli analisti politici occidentali: si è veramente in presenza di due Stati “fratelli” a sfondo ideale-etico, con caratteristiche decisive, che potrebbero rimandare ad una comune radice politica? Qui interessava smentire l’ipotesi di lavoro di Snyder, non rispondere a tale quesito, che è comunque conseguenziale e che il lettore che ci ha seguito sino a qui scioglierà da sé.
Francesco Rossini

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