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Londra, 27 nov – Il 12 dicembre il Regno Unito voterà per decidere se lasciare al governo il biondo conservatore Boris Johnson o se, dopo nove anni di governo Tory, dare la possibilità al liberal Jeremy Corbyn di governare il paese di Sua Maestà. L’origine della grande sfida è la famosa Brexit ad oggi incompiuta che, però, venne votata dalla maggioranza degli inglesi ormai tre anni fa. E da allora ad oggi c’è stato un fuoco di sbarramento sulla liceità di aver lasciato nelle mani del volgo una decisione simile, ritenuta cioè troppo delicata. La sinistra mondiale insorse, difatti, con tutta una seria di numeri insulsi secondo i quali solo i vecchi bifolchi delle periferie avevano votato perché la Gran Bretagna lasciasse l’Ue, mentre gli illuminati della city erano indubbiamente favorevoli al remain. Vecchi conservatori contro la sfavillante generazione erasmus, e ovviamente erano questi ultimi ad esser ritenuti più succulenti. Emerse però poi che circa il 70% delle giovani menti illuminate era rimasto a casa anziché recarsi alle urne, segno che alla fin fine del destino della propria nazione poco importava ai giovani.

Un nuovo piccolo referendum sulla Brexit

Ecco, oggi queste elezioni si presentano come un nuovo piccolo referendum sulla Brexit. E’ dal suo insediamento che Boris Johnson propone di riportare gli inglesi alle urne, dato il caos parlamentare che impedisce di dar attuazione al voto referendario. Corbyn ovviamente nega che questo voto possa in qualche modo impattare sul futuro delle trattative con l’Europa, dunque sul destino della Brexit. Indovinate chi risulta in netto vantaggio? Johnson, che pare sia avanti di addirittura 19 punti. Sembra di guardare lo spettacolo delle elezioni in Emilia Romagna, dove l’uscente piddino nega in ogni modo che il risultato delle regionali possa in qualche modo impattare sulla tenuta del governo giallorosso. In Italia come nel Regno Unito, potrebbe essere un modo per circoscrivere i danni preannunciati se non dati per certi.

Tasse e ancora tasse, la ricetta di Corbyn

Ma la differenza vera la faranno i programmi elettorali presentati da Jez e BoJo, come li chiamano gli amici. Jeremy Corbyn ha deciso di vestire i panni del solito Robin Hood che ruba ai ricchi per dare ai poveri, ma che in soldoni sempre ladro rimane. Nel suo caso il tutto avverrebbe tramite legge, ma la sostanza non cambia. Prevede infatti di aggredire a suon di tasse quel 5% di inglesi che dichiara più di 80 mila sterline l’anno e di imporre pesanti tasse alle aziende. Il programma prevederebbe, nello specifico, anche una supertassa per chi dichiara oltre le 123 mila sterline l’anno. Non rimarrebbe inascoltato il canto della sirena Greta e il compagno Corbyn si lascerebbe rapire con un’annunciata rivoluzione verde finanziata con una nuova tassa sui profitti in eccesso delle grandi aziende petrolifere.

Sorvolando sulle menate ambientaliste tipiche di tutte le sinistre mondiali, che sostituiscono il proletariato con faggi e caprioli, sorge il dubbio riguardo la suddetta tassa: esattamente quali sono i profitti in eccesso? Lo Stato inglese imporrà una soglia massima oltre la quale il profitto si trasforma in latrocinio? A quanto pare, fa capolino la solita vetusta battaglia contro la ricchezza e chi la produce, come se i poveri dovessero la loro povertà alla ricchezza dei ricchi. L’Institute for Fiscal Studies ha avvertito che con questo programma il Regno Unito avrebbe “il regime di tassazione alle imprese più punitivo al mondo”.

Johnson: sanità pubblica e buche da ripianare

Boris Johnson, dal canto suo, attacca promettendo di non alzare e di non inventarsi tasse. Anche perché, come diceva Maffeo Pantaleoni, qualunque imbecille può inventarne e imporne di nuove. BoJo fa affidamento sui risparmi derivanti dalla Brexit, e difatti promette di iniettare 39 miliardi di sterline nel servizio sanitario nazionale, con l’aggiunta di fondi alla scuola e al reclutamento di nuovi 20mila poliziotti. Non lo ha specificato, ma la condizione cui versano molte città inglesi (Londra per prima) a causa della massiccia presenza di comunità islamiche, rende imperativa l’imposizione di ordine pubblico che si sta perdendo nel nome della mescolanza di usi e costumi. In sostanza, l’unica legge che deve vigere è quelle inglese e non la sharia. Ultimo punto su cui punta Johnson: ripianare le buche sull’asfalto delle strade inglesi, dato che la maggioranza del suo popolo non fa parte del ceto Ztl che si muove comodamente con la bici elettrica per il centro cittadino. Le automobili devono poter viaggiare senza fracassarsi ad ogni angolo.

Gli inglesi ritengono il partito conservatore più affidabile di quello progressista, e soprattutto ripongono più fiducia in Boris Johnson che in Jeremy Corbyn. Forse dipende dal taglio di capelli sbarazzino che contraddistingue da sempre Johnson, o forse dal fatto che la sinistra inglese mira, da tre anni a questa parte, ad invalidare il voto espresso nel 2016 dalla maggioranza del popolo. Perché c’è chi ritiene quest’ultimo un’entità astratta da spolpare e chi, al contrario, lo considera ancora come un baluardo di libertà.

Lorenzo Zuppini

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