Gaza, 15 mag – Se gli amici si vedono nel momento del bisogno si può tranquillamente dire che la Palestina non ha amici o quasi. Soprattutto Italia dove dal mondo politico praticamente non si è alzata un parola di protesta per le stragi dell’esercito israeliano a Gaza. Né da parte delle istituzioni né da parte del mondo politico. Niente di nuovo.

Eppure quello che accade nella Striscia da oltre un mese è inaccettabile da qualunque punto lo si osservi: militare, politico e morale. Non solo è impensabile nell’occidente, al quale Israele si fregia di appartenere, che un esercito spari su manifestanti. Fare fuoco su proteste di massa, colpendo indiscriminatamente, è al di fuori di ogni logica democratica e non verrebbe permesso a nessun altro Paese al mondo. Inaccettabile poi la pretesa di sparare oltre confine. Non possono esserci regole di ingaggio militare oltre i confini altrui.

La pretesa, poi, di scagionarsi dicendo che in Palestina si colpiscono terroristi di Hamas è facilmente contestabile. Tra le vittime ci sono giornalisti, medici, donne e bambini. Ad esempio, tra le oltre 60 vittime del Bloody Monday che protestavano contro l’apertura dell’ambasciata americana a Gerusalemme figurano ben otto bambini tra loro anche una neonata di pochi mesi, Leila al Ghandur, soffocata dai gas lacrimogeni. Da una parte cecchini con fucili di precisioni appartenenti ad uno degli eserciti migliori del mondo, dall’altra gente che in casa (prigione) propria brucia qualche vecchio copertone e prova a lanciare sassi.

Ma alzando lo sguardo dalla tragedia della cronaca alla dimensione politica la situazione non promette nulla di buono. La decisione di Trump di spostare l’ambasciata a Gerusalemme, come prevedibile, è stato il suo personale modo di dimostrare amicizia a Israele. Suo più che degli Usa. Non a caso all’inaugurazione ha condotto le danze la ridente figlia Ivanka (recentemente convertita all’ebraismo) insieme al marito Jared Kushner, ispiratore della politica mediorientale di Trump. In un clima di evidente irresponsabilità e mancanza di consapevolezza a Gerusalemme si è festeggiato con un radiante Netanyahu.

Il regalo di The Donald a Bibi è arrivato nel settantesimo anniversario della nascita di Israele. Un regalo impensabile fino a qualche mese fa, però, macchiato dal sangue palestinese. E dunque la morale dopo ben sette decenni non è cambiata. Lo Stato di Israele che è stato in grado, anche eroicamente, di vincere tutte le guerre che l’hanno coinvolto ma non è mai riuscito a vincere quella più importante. La battaglia della pace. E come è noto vincere le guerre non serve se non si sanno fare buoni trattati di pace. Dunque ci aspettano altre guerre (Siria, Iran ecc..) dai tratti anche apocalittici ma il rischio è che Tel Aviv continuerà a perdere (volontariamente) la battaglia della pace. Il tutto sulla pelle della Palestina. Sola, assediata, abbandonata, bombardata ma indomita.

Pino Martini

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3 Commenti

  1. …voi non avete visto tutti, tutti, tutti i video sulla shoah… altrimenti avreste una gran tenerezza per quei bravi sionisti che sparano su tutto e tutti…

  2. parlare dei “Palestinesi” come se fossero Tibetani,quindi di un popolo assolutamente definito etnicamente con una lingua e religione propria,è forse il primo degli errori;

    i “Palestinesi” sono semplicementi arabi e musulmani, facente parte di un “gruppo” di oltre 340 milioni di persone (praticamente il gruppo etnico più numeroso al mondo dopo quello dell’etnia cinese Han) sparso in una lega di 22 nazioni che occupa uno spazio grande TRE volte più grande di quello della Unione Europea.

    PS mi ricordo bene già negli anni 70-80 le scritte sui muri firmate FdG o FUAN o con la Celtica:

    “ogni palestinese è un camerata,stesso nemico stessa barricata”

    ma temo che 40 anni dopo bisognerebbe passare ad una lettura più critica (vista da destra magari e nella versione 2.0) della situazione medio-orientale anche per non scambiare l’articolo con uno che potrebbe essere stampato senza problema alcuno dal Manifesto…

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