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La complessa frammentazione, tribale ed etnica, della Libia

Roma, 1 apr – Con toni dal vago sapore neocoloniale, ma con ragionamenti non privi di fondamento, l’ex amministratore delegato di Eni, e attuale vicepresidente di Banca Rotschild, Paolo Scaroni, ha ipotizzato una sorta di secessione della Tripolitania dal resto della Libia. La motivazione addotta dallo stesso Scaroni, nel corso di un’intervista concessa al Corriere della Sera, risiede nella sostanziale “morte politica” della Libia, uno Stato che oramai non è più in grado di esercitare la sovranità sul suo territorio nazionale, a seguito della spaccatura fra i due governi (quello “islamista” di Tripoli e quello “moderato” di Tobruk), e dell’occupazione di alcune aree costiere da parte dell’Isis. Inoltre, rincara l’ex numero uno dell’Eni, storicamente la Libia non è mai esistita prima della decisione italiana di unificare Tripolitania e Cirenaica, nel 1934. Paolo Scaroni l’area la conosce piuttosto bene, ed è stato uno dei registi degli accordi italo-libici del primo decennio del secolo, accordi poi vanificati dall’arrivo a Tripoli della cosiddetta Primavera Araba, che ha portato alla destituzione, e alla successiva morte, del Colonnello Gheddafi, nell’ambito di un’operazione militare che avrebbe dovuto portare la francese Total a sostituire l’italiana Eni nel ruolo di compagnia petrolifera dominante nel Paese nordafricano.



A dire il vero, l’idea di supportare un governo autonomo della Tripolitania, a costo di separare la regione dal resto della Libia era già stata ventilata dal New York Times nel febbraio di quest’anno, e diverse voci riferivano della presunta spartizione fra potenze occidentali, anglo-francesi in Cirenaica (la costa orientale) e Fezzan (la sconfinata parte desertica) e italo-americane nell’ovest del Paese, con relativa presenza di “consiglieri militari” e forze speciali nelle rispettive zone di influenza.

Di per sé, la proposta avrebbe un senso, in quanto l’impossibilità di riunificare e pacificare la Libia in tempi ragionevoli è evidente. E questo comporterebbe una perdita enorme per l’economia italiana, perdita che verrebbe ridotta dalla normalizzazione della regione tripolina. Inoltre, come sostiene Scaroni, il controllo della costa occidentale del Paese, quella geograficamente più vicina all’Italia, permetterebbe un maggiore controllo sui flussi migratori clandestini. In questo senso, Scaroni definisce la Libia “casa nostra”. E non è lontano dal vero.

Persistono tuttavia i dubbi, che riguardano l’effettiva possibilità di avere in quella regione un governo stabile (le rivalità tribali sono accesissime, tanto che l’arrivo a Tripoli del nuovo premier, Fayez al Sarray, è stato accolto da raffiche di mitra, e non certo a fini celebrativi), e l’efficacia che potrebbe avere un simile governo nella lotta all’Isis, nonchè i rapporti che tale “Stato” avrebbe con le altre due regioni libiche, Cirenaica e Fezzan, che una qualche forma di autogoverno dovrebbero pur darsela, considerando che proprio la Cirenaica, per una storica vicinanza alle posizioni più oltranziste dell’Islam politico, sarebbe a fortissimo rischio di infiltrazione da parte dei miliziani dello Stato Islamico.

E rimane il dubbio che la proposta di Scaroni – che sarà pure l’ex capo dell’Eni, ma che oggi lavora per una realtà ben diversa – nasconda semplicemente una riedizione aggiornata della politica delle zone di influenza fra le potenze europee, molto in voga fra la fine dell’Ottocento e la prima parte del Novecento, con la spartizione delle risorse libiche fra Italia, Francia e Gran Bretagna. O meglio, fra compagnie facenti riferimento a questi tre Paesi.

Resta soprattutto da capire cosa pensano della proposta gli abitanti della Libia. Anche se questi ultimi, oramai da un lustro, sembrano ridotti a burattini, abilmente manovrati da centri di potere stranieri, che giocano sulla loro pelle una ricca partita di Risiko, ambientandolo fra oleodotti e campi petroliferi.

Mattia Pase

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