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Roma, 6 mag – Facendosi annunciare da una serie di bombardamenti, sia aerei che di artiglieria, l’Esercito Arabo Siriano ha iniziato oggi un’offensiva di terra contro la cosiddetta sacca di Idlib. Si tratta di una regione in cui si sono rifugiate, nel corso del conflitto, decine di migliaia di miliziani antigovernativi, per lo più facenti parte delle formazioni islamiste più radicali. Nel settembre 2018, dopo che le forze lealiste avevano ripreso il controllo di quasi tutta la Siria centro meridionale, l’attacco al bastione jihadista sembrava imminente, e solo l’intervento turco – in cui di fatto Erdogan promise ai russi di ripulire la zona dalle milizie politicamente meno presentabili in cambio di un rinvio delle operazioni – evitò quello che tutti i media presentavano come un bagno di sangue, gonfiando peraltro le stime relative alla popolazione civile della sacca.



La Turchia ha stabilito dei posti di osservazione lungo la linea del cessate il fuoco, e lo stesso hanno fatto sull’altra parte del fronte i Russi e, in misura minore, gli Iraniani.
Mentre però il governo turco sembra essere riuscito a tenere sotto controllo alcune formazioni ribelli, soprattutto nel nord della sacca, quella appunto più vicina al confine con la Turchia, nessun passo avanti è stato fatto con Tahrir al Sham (gli eredi di Al Qaeda), che nelle ultime settimane ha dato il via a diversi bombardamenti delle zone più popolose del territorio in mano al Governo, tanto verso sud (Governatorato di Hama), che verso est, sulla periferia di Aleppo. La situazione si è fatta insostenibile per Damasco, che già da qualche settimana aveva iniziato il dispiegamento delle migliori unità su quel fronte. Alle prime luci dell’alba le avanguardie della Forza Tigre, della Guardia Nazionale e della Quarta Divisione Corazzata hanno sfondato le linee difensive ribelli a nordovest di Hama, e starebbero dirigendosi verso Khan Shaykhun, la città più meridionale del Governatorato di Idlib.

Un’offensiva strategica

Da Ankara per ora non sono arrivate condanne, anche se alcune formazioni che risultano sponsorizzate dalla Turchia hanno tentato un contrattacco nella tarda mattinata per impedire all’esercito di prendere il controllo di una collina strategica poi effettivamente occupata dai governativi, nei pressi di Kafr Nabudah.
Sembra anzi che proprio ieri i Turchi abbiano smontato uno dei posti di osservazione sulla linea del fronte, ufficialmente a seguito di un bombardamento siriano, più probabilmente nell’ambito di un accordo fra Mosca, Ankara e ovviamente Damasco, che permetterebbe all’esercito di prendere il controllo di quella fascia demilitarizzata che avrebbe dovuto separare i contendenti. Questo dovrebbe significare che non siamo ancora davanti alla grande offensiva che dovrebbe riportare Idlib sotto il controllo governativo, ma soltanto a un attacco su scala relativamente piccola che da un lato ha una certa importanza strategica perché avvicina l’esercito siriano alla roccaforte di Maarat al Numan, e dall’altro è un segnale di forza e di determinazione a riunificare l’intero Paese.

Unità siriana

Anche la scelta dei reparti impiegati farebbe parte di un piano ben studiato. Per molti mesi si è parlato di una rivalità fra Suheil Al Hassan, comandante della Forza Tigre, molto stimato da Putin, e Maher Al Assad, fratello del Presidente e comandante della Quarta Divisione, che gode dell’appoggio iraniano. Il fatto che proprio queste due unità siano state mandate all’attacco, insieme alla Guardia Repubblicana il cui nome è legato alla memoria del popolare Generale Issam Zahreddine, l’eroe di Deir Ezzor, è sintomatico del messaggio di unità che il governo vuole mandare al popolo siriano, e a chi ha sperato di trarre vantaggio da questi dissapori politico-militari. Proprio sulla base di queste considerazioni, un fallimento rappresenterebbe uno smacco fortissimo per il Governo, ma se l’offensiva avrà successo, i tempi per la presa di Idlib si potrebbero accorciare, soprattutto se Erdogan continuerà a dimostrarsi molto più interessato alla questione curda che non alle bande jihadiste che difendono il bastione ribelle.

Mattia Pase



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