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72341993-e1364897717373Damasco, 3 mag – Sembra la trama di un film già visto. Quando in Siria le cose si mettono bene per il presidente Assad e i suoi alleati o quando i “ribelli moderati” di Obama la fanno grossa, tanto da scoraggiare anche i più accesi sostenitori della libertà ad ogni costo, spunta fuori il gas letale del feroce Rais siriano. Questa volta è stato uno storico quotidiano israeliano, l’Haaretz, a lanciare il “j’accuse” verso la leadership della repubblica araba con cui il paese ebraico condivide lunghi turbolenti chilometri di confine. Questa volta, secondo il quotidiano israeliano, il gas sarebbe stato utilizzato come estrema ratio ad est della capitale siriana per fermare un attacco dei terroristi dell’Isis contro due basi dell’aviazione che Damasco considera “vitali per la propria sopravvivenza”. Haaretz rincara la dose ricordando come il “regime di Damasco” – in realtà repubblica semipresidenziale come Francia, Russia e Portogallo n.d.r. – ha utilizzato a più riprese armi chimiche contro i ribelli siriani, tanto che Obama aveva dichiarato nel 2013 che si era superata la linea rossa della tollerabilità (sarebbe interessante sapere quali crimini sono sotto la soglia e quali fanno scattare la sensibilità della Casa Bianca) e che gli Stati Uniti erano pronti a bombardare la Siria di li a breve se il Presidente Assad non avesse capitolato. Al tempo della minaccia di Obama il bombardamento fu bloccato in extremis dall’intervento di Papa Francesco, almeno così ci racconta il Sole 24 ore, o, a mio avviso, dal fatto che il presidente russo Putin avesse cominciato a far pesare il suo “niet”, magari un po’ meno ecumenico, su qualsiasi ingerenza in Siria. Tanto che si arrivò ad una mediazione, patrocinata dal Cremlino, che prevedeva lo smantellamento delle riserve, per altro misere, di armi chimiche siriane.

Seymour Hersh, American Pulitzer Prize-winning investigative journalist and author
Seymour Hersh

In realtà in Siria attacchi con il gas ce ne sono stati, almeno uno accertato fino ad ora,ma a dimostrare la falsità delle accuse, immediatamente addossate a Damasco, tra gli altri, si schierò il premio Pulitzer, Seymour Hersh che in una sua inchiesta, riportata anche in Italia, dimostrò che l’attacco con armi chimiche che il 21 agosto 2013 colpì Ghouta, fu in realtà opera dei ribelli e dalla Turchia per scatenare la reazione americana contro il regime siriano. Il noto giornalista investigativo riporta nella sua inchiesta quanto gli ha riferito una sua fonte, ovvero che i servizi segreti britannici e quelli russi ebbero le prove che gli agenti chimici utilizzati nell’attacco non provenivano dall’arsenale siriano, bensì dai ribelli. Ed addirittura che l’intelligence statunitense era al corrente del fatto che i qaedisti di al-Nusra stavano producendo armi chimiche in collaborazione con la Turchia. Persino l’Iran aveva messo in guardia l’occidente sul pericolo che i terroristi, supportati e finanziati da Turchia e Arabia Saudita, potessero realizzare attacchi chimici in Siriail generale di brigata e ministro della Difesa Hossein Dehqan dichiarò che “gli Usa hanno ignorato gli avvertimenti di Teheran circa gas Sarin che veniva portato in Siria otto mesi fa, praticamente spianando la strada per attacchi chimici in Siria”. Il Sarin è un gas nervino inodore e incolore classificato come arma chimica di distruzione di massa. Un’adeguata concentrazione di vapori è in grado di attraversare la pelle, rendendo non sufficiente l’uso di una maschera antigas. Il 20 marzo 1995, il sarin fu utilizzato per l’attacco terroristico alla metropolitana di Tokyo con effetti devastanti.

hillary-clinton-1024x591La “red line” di Obama quindi sarebbe stata superata ma non certo da Assad, c’è invece un’altra linea che Hersh ha ribattezzato “rat line” (linea dei ratti) che vedrebbe armi di vario tipo, e forse anche le componenti per approntare attacchi con il gas, transitare dalla Libia alla Siria con il placet dei servizi segreti occidentali. Hersh aggiunge anche che nel 2012 fu raggiunto un accordo segreto tra l’amministrazione Obama e i leader di Turchia, Arabia Saudita e Qatar, per impostare un attacco di gas Sarin e dare la colpa a Assad in modo che gli Stati Uniti potrebbero invadere la Siria. «Con i termini del contratto, il finanziamento è venuto dalla Turchia, così come l’Arabia Saudita e Qatar; la Cia, con il sostegno del MI6, si sono resi responsabili per ottenere armi dagli arsenali di Gheddafi». Ci sono stati più rapporti indipendenti, in passato, che affermavano che la Libia di Gheddafi possedeva tali scorte, e che anche che il Consolato degli Stati Uniti a Bengasi fosse coinvolto nella gestione del traffico. La storia si complica anche alla luce dell’uccisione del console americano il Libia e si profila,secondo Hersh, addirittura il coinvolgimento della candidata democratica per la presidenza, Hilary Clinton. Di fatto, non si può non notare come questa storia del gas, ironia della sorte, sempre nebulosa e impalpabile come il Sarin stesso, spunti fuori ad orologeria, quando a qualcuno serve rilanciare sul tavolo della partita siriana. Un “casus belli” che apra la strada agli Usa per la grande crociata anti Assad, “feroce dittatore arabo” oggi unica barriera tra i gessetti colorati d’Europa e le sciabole del Califfato.

Alberto Palladino

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