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Non impareranno mai. Non capiranno mai. Anche dopo la strage di New York compiuta dall’immigrato uzbeko di 29 anni, Sayfullo Habibullaevic Saipov, puntualmente affiliato all’Isis, il copione resta sempre lo stesso. A Donald Trump, che ha richiesto una stretta sull’immigrazione (lo stragista aveva la Green card), il governatore di New York, Andrew Cuomo, ha replicato: “Non è il momento di fare politica, non è il momento di fomentare l’odio”. Il sindaco di New York, Bill de Blasio, gli ha fatto eco: “L’ultima cosa che il presidente o chiunque dovrebbe fare è politicizzare questa tragedia”.



Dichiarazioni abbastanza emblematiche dell’impotenza discorsiva dell’Occidente nel far fronte al terrorismo, che inevitabilmente si riflette in una impotenza anche pratica. Tanto per cominciare, un attentato jihadista è già politico. Non si tratta di un caso di cronaca, di uno squilibrato che ha fatto fuoco sulla folla perché glielo ha detto Napoleone in sogno. O forse Cuomo e de Blasio credono che quel camioncino sia finito sui ciclisti per un colpo di sonno? Il terrorismo islamista pone una sfida politico-religiosa. Ed è la politica a dover fornire delle risposte. Ovviamente la stretta sull’immigrazione è ancora ben poca cosa, gli Usa si dovrebbero interrogare su cosa hanno fatto, nell’Asia centrale, per sostenere, armare e finanziare ambienti da cui poi è nato il fior fiore del terrorismo attuale. Tutte cose su cui Trump sembrava dovesse dare una svolta, prima che della sua conversione neocon. Quel che è certo è che non è il presidente americano ad aver iniziato a “fare politica” sulla tragedia. È la tragedia stessa a essere intrinsecamente politica. E la risposta deve essere politica, laddove invece il pensiero dominante impone che la risposta sia morale: sfidiamo simbolicamente i terroristi con il nostro stile di vita, i nostri diritti e bla bla bla. Sin troppe volte abbiamo commentato la retorica dei gessetti colorati, non sarà il caso di tornarci sopra.

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C’è però un altro aspetto delle dichiarazioni anti-Trump che merita di essere notato. “Non è il momento di fomentare l’odio”, dice Cuomo. Curiosa, questa politica che si preoccupa dell’odio, ma solo quando proviene dalla propria società di riferimento ed è del tutto ipotetico, non quando viene dal resto del mondo. Anche i terroristi odiano. Odiano gli americani, odiano noi, senza troppe distinzioni tra i due gruppi, anche se distinzioni ci sarebbero da fare. Odiano l’Occidente, l’Europa, i bianchi. Ma questo non si può dire. Questo odio è tabù. Meglio, molto meglio attaccare un altro odio, quello contro i terroristi, come se nell’Ungheria del 1956 i magiari si preoccupassero innanzitutto della sensibilità dei sovietici: “Non è il momento di seminare odio, non politicizziamo l’invasione”.

Adriano Scianca

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4 Commenti

  1. pregevolissima analisi di Scianca,come sempre preciso e tagliente come un fendente di katana;

    anche più modestamente il sottoscritto ha rilevato la grande differenza interpretativa su due fatti di cronaca; il primo accaduto purtroppo circa 2 settimane fa a Torino con l’uccisione tramite sgozzamento di un nostro connazionale ad opera di un africano; il secondo la più recente aggressione ad un bengalese dagli esiti fortunatamente non letali ad opera questa volta di Italiani…

    inutile dire che di “seminatori di odio” nostrani se ne è parlato solo e soltanto nel secondo caso.

  2. Infatti ho notato in tutto questo tempo che l’uomo bianco etero è spesso oggetto di attacchi dei mass media e relegandolo a demone…..il vittimismo ebraico…gay…e nero ecc ecc in realtà il vittimismo al giorno d’oggi non è altro che il più feroce modo di essere carnefice…. Ovvero far finta di accasciarsi e di fingersi morente o ferito gravemente… Poi chi si avvicina per soccorrerlo da soccorritore diventa vittima….è una tattica di guerra molto vigliacca e subdola

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