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Roma, 2 nov – Lo sbarco alla Festa del cinema di Roma di Borotalco in versione restaurata, trentacinque anni dopo l’uscita in sala, può essere l’occasione per rivedere il divertentissimo film cult di Carlo Verdone, ma anche per riflettere sui cambiamenti avvenuti in questi tre decenni e mezzo nella società allora rappresentata sulla pellicola. C’è uno spezzone, in particolare, che dovrà apparire del tutto incomprensibile ai millennials: quello in cui una giovane e piacente Eleonora Giorgi va a sostenere un colloquio di lavoro presso l’azienda di vendita di dischi porta a porta, “I colossi della musica”. Qui, l’esaminatore si mostra viscidamente interessato alla ragazza, fino a invitarla a cena. Dopo il cortese ma fermo rifiuto, le mette una mano sul sedere, ricevendo in cambio una sonora sberla. E poi il film va avanti e di quell’approccio sconveniente non si parla più.

È così che funzionava una volta: le mamme insegnavano alle figlie ad alzare le mani su chi le allungava senza consenso. Ma poi la vita andava avanti, non ci si bloccava per anni sulle avance di un datore di lavoro cafone. Mancava, cioè, tutta quell’elaborazione funzionale al martirologio vittimario. È quello che, invece, oggi il pensiero dominante richiede, alle donne, ma non solo. Essere vittime è la principale ambizione del cittadino del terzo millennio. Se si è donne, si è vittime del patriarcato, se si è gay, si è vittime dell’eteronormatività, se si è di qualche minoranza etnica, si è vittime del razzismo, se si è ebrei, si è vittime dell’antisemitismo, se si è grassi, si è vittime della fathphobia, e così via. Nell’altro ruolo, quello del carnefice di tutte queste categorie, c’è più o meno sempre la stessa persona, ovvero il maschio bianco eterosessuale, il quale, invece, vittima non può esserlo mai.

Per tutti gli altri, però, l’accesso allo status vittimario appare particolarmente à la page, anche a costo di forzature ben oltre la soglia del ridicolo, tipo accusare Dustin Hoffman per aver detto nel 1985 a una stagista “Vorrei un uovo sodo, e un clitoride alla coque”. Una battuta che non fa ridere e che certo risulta inopportuna se detta a una giovane stagista, ma pur sempre una battuta, che è difficile possa aver rovinato i 30 anni di vita successivi all’ignara ragazza. E infatti così non è andata. “Avevo 17 anni, ora ne ho 49 e capisco meglio. Lui era un predatore, io ero una bambina”, ha raccontato la donna. Ecco il punto. Allora non capivo, poi ci ho riflettuto su 30 anni, ho ragionato su tutte le implicazioni dell’eteropatriarcato, sulla millenaria storia di sottomissione delle donne, ho fatto un’articolata elaborazione sui miei diritti, e ho capito di aver subito un’aggressione. Ma non era meglio dare subito una schiaffone all’attore porcello e passare 30 anni a pensare ad altro?

Adriano Scianca

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