Roma, 2 mar – Nonostante la morte del presidente Tran Dai Quang alla fine di settembre del 2018 abbia permesso al Vietnam un’apertura a un’economia di mercato, una normalizzazione degli scambi diplomatici, della produzione agricola e delle materie prime, il Vietnam rimane un paese che ha ancora rilevanti ritardi nel contesto della intelligence  economica.

Alcuni ritengono che la principale sfida del Vietnam contemporaneo all’alba del terzo millennio sia la democratizzazione. Tuttavia il Partito comunista cinese è riuscito a superare questa contraddizione mantenendo il suo modello comunista e permettendo alla Cina di diventare la seconda economia più grande del mondo.

Sebbene, da un punto di vista strettamente storico, la sua apertura economica risalga al  1986 e si sia concretizzata partendo dal concetto di Doï Moï (“rinnovamento”) ispirato alla perestroika, non c’è dubbio che questa evoluzione sia stata imposta dai fallimenti delle precedenti scelte economiche e sia arrivata subito dopo la scomparsa dell’Unione Sovietica.

Nel 1989 il ritiro delle truppe vietnamite dalla Cambogia ha portato ad una normalizzazione delle relazioni economiche e diplomatiche con l’occidente (dopo l’invasione risalente al 1978, il Vietnam era soggetto a sanzioni economiche). Da un punto di vista geostrategico, l’ammissione all’Asean nel 1997 è stato un passo importante verso il riposizionamento regionale e verso una reale normalizzazione delle relazioni con i vicini. Il Vietnam rimane sotto la costante minaccia del potente vicino cinese, il nemico millenario con cui le dispute territoriali rimangono nel Mar Cinese Meridionale, specialmente per la sovranità degli arcipelaghi Paracel e Spratly. Queste dispute riguardano il controllo delle risorse di idrocarburi e il ruolo del grande potere regionale che la Cina vuole mantenere.

Con la sua integrazione nell’economia mondiale, il Vietnam si è posizionato all’interno dei paesi industrializzati asiatici. Una crescita annuale mai inferiore al 5% negli ultimi 10 anni, investimenti diretti esteri sempre più numerosi da Francia, Stati Uniti o addirittura dalla Cina hanno arricchito il Vietnam, che si riflette in una crescente domanda di energia (il consumo di elettricità aumenta del 15% l’anno). Infatti l’indipendenza energetica è una delle priorità del governo. Il potenziale idroelettrico rimane in gran parte sottoutilizzato e la costruzione di 200 ulteriori dighe dal 2016 da parte del Vietnam Electricity Power Group vuole superare questo limite. Nel frattempo, le importazioni dai paesi limitrofi come la Cina rimangono necessarie. Le riserve di gas del Vietnam sono rilevanti e si aggirano attorno ai 600 milioni di metri cubi facendolo diventare il 6° paese asiatico. Per il carbone sono necessarie le importazioni dall’Australia, dall’Indonesia o dalla Russia. Così per contrastare questa mancanza di un piano di sviluppo energetico è stata annunciata la costruzione di 10 reattori nucleari di cui il primo sarà costruito da Rosatom in base ad un accordo siglato nel 2017.Questo piano di sviluppo energetico è impossibile da sostenere senza il supporto tecnico e finanziario dei partner globali, che ovviamente implica una apertura al mercato globale. La sua agricoltura si è modernizzata e dopo aver raggiunto l’autosufficienza alimentare, il Vietnam è diventato un esportatore di riso. Ma è soprattutto sul lato commerciale che sono stati raggiunti i risultati più spettacolari, specialmente con il caffè. Alla fine degli anni ’90, i produttori locali avevano infatti raggiunto il secondo posto in tutto il mondo. In termini di cooperazione, gli Stati Uniti sono il più grande importatore di prodotti vietnamiti e tra i primi 10 paesi che investono in Vietnam.

Dal 2016, il governo ha creato il Dipartimento per lo sviluppo del mercato e per le imprese scientifiche e tecnologiche (NATEC) che è collegato al Ministero della Scienza e della Tecnologia. La missione del dipartimento è di fornire supporto commerciale, assistenza finanziaria e regimi fiscali speciali per le nuove imprese (a determinate condizioni). Il Vietnam occupa il terzo posto nel numero di talenti digitali nell’area Asia-Pacifico, il secondo nell’investimento tecnologico. Infatti oltre il 7% dei maggiori sviluppatori di applicazioni mobili in Asia proviene dal Vietnam. Tutto ciò può rappresentare un’enorme opportunità, ma se queste possibilità saranno realmente raggiunte questo dipende da diversi fattori, tra cui le tensioni commerciali sino-statunitensi e la tendenza protezionistica di molti paesi in tutto il mondo. Gli esperti hanno stimato che le tensioni sino-americane tenderanno a stimolare i trasferimenti di capitali dalla Cina all’Asean, di cui il Vietnam potrebbe trarre beneficio. Ebbene, nonostante il monopartitismo del partito comunista e le spietate lotte di potere tra il primo ministro, il presidente e il segretario di partito, molto probabilmente il Vietnam si evolverà verso un modello simile a quello cinese stabilendo proficue relazioni commerciali anche con Giappone e Russia.

Giuseppe Gagliano

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