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Roma, 15 mag – Saranno pure delle risorse, ma gli immigrati stanno facendo fallire la Svezia (nessun altro Paese nella Ue in proporzione ai cittadini ne ha accolti tanti). E dire che, di suo, lo Stato nordico avrebbe un’economia galoppante e floridissima, da far invidia anche a Germania e Usa. L’allarme viene da economisti accademici ed esperti indipendenti, come la svedese Susanne Wallmann Lundasen o il norvegese Grete Brochman. Secondo l’Ufficio di collocamento svedese, sarebbe la prima volta dal 2013 che la disoccupazione presa in assoluto aumenta in percentuale: in aprile è aumentata di 4000 unità a un totale di 364mila. Ora, per tenere fede alla loro fama di popolo “accogliente”, gli svedesi iscrivono d’ufficio gli immigrati fra la popolazione non attiva, con tutto quel che questo comporta in termini di benefici di welfare.

Accade però che tra chi è nato in Svezia il tasso di disoccupazione sia del 4%, tra gli immigrati del 22. Ovviamente il Paese scandinavo avrebbe la possibilità di assorbire una quota consistente di forza lavoro venuta dall’esterno, ma farlo con aspiranti lavoratori che non parlano la lingua, sono appena arrivati, hanno culture difficilmente integrabili, tendono a chiudersi in ghetti etnici e, peraltro, non è detto che vogliano sempre fornire il proprio contributo anziché usufruire del leggendario stato sociale svedese. Insomma, un bel costo economico. Non ci sono dati precisi sui costi, ma alcuni analisti, nel 2015, calcolavano una spesa pari a 110 miliardi di corone svedesi (quasi 14 miliardi di dollari) l’anno. Non male, per un paese con 10 milioni di abitanti. Non è del resto l’unico problema posto dall’immigrazione massiva nel Paese scandinavo: tra terrorismo, stupri e criminalità, il paradiso socialdemocratico nordico si sta trasformando in un inferno multirazziale.

Giuliano Lebelli

 

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