Nuova Delhi, 10 set – Le Ong sono negli ultimi anni diventate sempre più strumento di pressione politica e sempre meno associazioni legate alla promozione sociale. Sempre più strutturate, con personale selezionato e pagato e sempre meno legate all’immagine del volontario idealista che dedica una parte della propria vita a “salvare il mondo”. Spesso, ad esempio, raccolgono informazioni su situazioni politiche, le analizzano secondo il proprio punto di vista e poi esprimono un giudizio che, a causa dell’enorme aiuto dato loro dai media occidentali, appare come autorevole o disinteressato.

Di fatto ci sono parecchi coni d’ombra in queste organizzazioni, tanto per cominciare i loro finanziatori (che sono sempre gli stessi e sempre più frequentemente multinazionali o governi occidentali) e quali siano i loro reali obbiettivi che però tendono sospettosamente a coincidere con l’agenda progressista un po’ in tutto il globo. Il fatto che si occupino moltissimo di politica, un po’ come partiti politici, ma rispondano non ai cittadini o ad un consenso diffuso, ma soprattutto ai propri finanziatori ed ai propri consigli di amministrazione, dovrebbe aiutarci a capire che vanno considerati molto meno come dei benefattori e molto di più come azienda o agenzie di informazione e influenza politica.

Non è un caso che fuori dall’Occidente, dove il rapporto con i media è meno stretto, non godano sempre di buona fama e subiscano moltissimi controlli: In Russia ed in Cina (dove sono considerate spesso alla stregua di “agenti esterni”), ma anche in paesi come la Cambogia. Il che non è nulla di strano perchè sospettiamo che una organizzazione nordcoreana che volesse analizzare gli Usa dal punto di vista delle disuguaglianze sociali ed esprimere dei pareri al riguardo non sarebbe particolarmente ben vista dalla Casa Bianca, ad esempio.

Oggi parliamo dell’India: un paese dove a partire dal 2012 quando una nota dell’IB (Intelligence Bureau) passata al governo mostrò quanti progetti economici considerati vitali per lo sviluppo del paese venissero osteggiati dalle Organizzazioni non governative occidentali e quanto queste danneggiassero l’immagine del paese nel mondo, dando vita ad una campagna di controllo a questi agenti politici non autorizzati. Da allora oltre 8000 Ong sono state costrette a lasciare il paese e su altre 40.000 si sono cominciati pesanti controlli fiscali alla luce dei finanziamenti in larghissima parte stranieri considerati quanto meno sospetti. Si è arrivati a stimare che l’opposizione ad esempio alla campagna di costruzione di centrali nucleari ed altri impianti industriali, in larga parte organizzata dalle Ong occidentali, possa essere costata anche un 2% del PIL del paese: una cifra sicuramente esagerata ma che ha qualificato molte Ong come entità in grado di danneggiare gli interessi dell’India di fronte alla legge locale e a molti indiani.

E’ notizia di questi giorni che la Bloomberg Philanthropies per via della propria lotta contro il business del tabacco possa essere costata all’India almeno 250.000 posti di lavoro: numeri difficilmente verificabili, ma che comunque mostrano quanto il governo Indiano sia disposto a farsi dire come agire da queste organizzazioni.

La favola delle Ong come organizzazioni umanitarie sta terminando ed anzi, probabilmente, in larga parte del mondo non esiste già più: forse in questo siamo noi occidentali a chiederci se e quanto queste organizzazioni possano pretendere di influenzare il piano politico legittimo, soprattutto quando spesso non sono disposte a collaborare con gli attori locali e i recenti fatti nel Mediterraneo, dove le Ong hanno smesso di operare non appena si è deciso di controllare la legalità delle loro azioni, dovrebbe farci venire il dubbio su quale parte possa avere ragione in questa storia.

Guido Taietti

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