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Roma, 10 mag – Esiste effettivamente una linea Trump sui Balcani e sul Kosovo e Metochia (d’ora in avanti Kosmet), indipendente o addirittu antagonista rispetto alla secolare politica balcanica angloamericana? La gran parte dei conservatori serbi ritiene di sì. Non solo perché il presidente Trump fu sin dagli anni ’90 molto critico verso la politica di apertura al neo-imperialismo turco-ottomano e al nazionalismo grande-albanese caratterizzante i circoli elitisti democratici o europeisti occidental e non solo perché, come si sostiene generalmente da diverso tempo nell’area della ex Jugoslavia la moglie Melania sarebbe in realtà “la nostra serba alla Casa Bianca” e non slovena come si dice; ma soprattutto perché in base alla concezione geopolitica dei vari consiglieri del presidente statunitense la cosiddetta “dorsale verde” balcanico-mediterranea sarebbe il punto più caldo e denso di contraddizioni nel conflitto inter-imperialista dei nostri tempi. Ciò andrebbe ben oltre il tradizionale conflitto tra il patriottismo conservatore o cetnico panserbo e l’islamismo jihadista, ma rimanderebbe alla conflittualità latente e strisciante tra le tre grandi potenze globali, Usa, Russia, Cina, con Israele, Gran Bretagna, Qatar, Arabia Saudita, Iran e Turchia in posizione di aggressive seconde linee operative.



Balcani e dintorni: il nazionalismo serbo

I nazionalisti serbi puntano perciò a sfruttare le contraddizioni interne tra le élite dei diversi schieramenti per recuperare le posizioni perdute sulla questione del Kosmet, che è considerata centrale e prioritaria in ottica europea o mediterranea. Il presidente della repubblica di Serbia Alexander Vucic (SNS, Partito progressista serbo, di orientamento nazionalista moderato) ha sino ad oggi giocato con notevole lungimiranza tattica con le tre grandi potenze, sempre rispondendo in ultima istanza al Cremlino, tradizionale ed indiscusso alleato di ferro di ogni vera forza nazionale serba e “pravoslava” fedele al Patriarcato di Belgrado. Gli ultimi eventi paiono, nonostante tutte le critiche dei nazionalisti serbi antiVucic, dare invece ragione al presidente di Belgrado: Trump ha infatti, con la mediazione sul luogo di Richard Grenell (ambasciatore in Germania e responsabile dell’intelligence statunitense), ben inquadrato la questione del Kosmet, costringendo il premier kosovaro Kurti (“movimento Vetevendosje!”) – sponsorizzato su tutta la linea da Erdogan, Angela Merkel e dal deep state – a cedere il potere chiudendo così con ogni tentativo di legalizzazione dell’apartheid permanente ed armato antiserbo. Richard Grenell è stato infatti molto esplicito con turchi e tedeschi, i mandanti con il deep state clintoniano dei grandi-albanesi: ulteriori violenze e pogrom antiserbi compiuti dai terroristi contro donne e bambini cristiani ortodossi non solo non saranno più tollerati, ma costringeranno l’amministrazione statunitense a prendere addirittura in esame la possibilità di un allontanamento del contingente militare americano dal Kosmet.

Quando è giunta una simile notizia a Belgrado vi è stata quasi una gioia collettiva troppo a lungo tenuta repressa. I giornali ed i movimenti nazionalisti hanno reagito sottolineando che Milorad Umenek, detto Legija o Comandant Brazil, storico leader del JSO (Unità operazione speciale antiterrorismo) – attualmente detenuto in un carcere di massima sicurezza anche a causa dell’omicidio (12 marzo 2003) dell’ex primo ministro filotedesco e antirusso Zoran Dindic – ha richiesto al presidente Vucic solo 21 giorni di libertà condizionale e di grazia temporanea per riconquistare il Kosmet affiancato dai suoi “berretti rossi” del JSO, per poi rientrare in carcere. E’ del resto noto che l’Isis è ben presente sia in Kosovo sia in Bosnia, per quanto grazie alla collaborazione con i servizi israeliani e russi è stato provvidenzialmente fermato in diverse occasioni in cui stava entrando in azione contro i civili serbi e contro la nazionale di calcio.

La “linea Trump” per il Kosovo

La linea Trump, che prevede una equa e democratica ripartizione del Kosmet con pacifico scambio territoriale su basi nazionali e religiose, potrebbe vedere la luce e ciò sarebbe una conquista storica di notevole rilievo per il patriottismo ortodosso serbo. Il punto debole del nazionalismo tattico di Vucic è forse rappresentato da un legame che si è fatto sempre più strategico e subalterno con Pechino. Qui la critica di certi circoli della nuova destra rivoluzionaria serba potrebbe cogliere nel segno. L’Ue non ha quasi mai mantenuto le promesse, ha seguito da decenni un programma filocroato e filoislamico e ha discriminato sistematicamente la nazione serba e le varie comunità ortodosse (si pensi alla stessa Grecia), sostegni economici o sociali (come si è visto, ultimo caso, con la pandemia da coronavirus) non sono pervenuti né a Belgrado né a Banja Luka, capitale della Repubblica Serba di Bosnia, quando sono arrivati la loro entità è stata modesta, ben inferiore a quella pervenuta in tutti i casi alla comunità cattolica croata o a quelle islamiche dei Balcani. Ciò ha spinto il Partito del progresso in una quasi obbligatoria direzione verso Pechino: gli aiuti e gli investimenti cinesi si sono però rivelati, un po’ come nel caso italiano, di scarso valore e la semplice politica affaristica e geocommerciale del Partito comunista cinese, per quanto formalmente filoserba, alla prova dei fatti lo è stata allo stesso verso modo verso croati e mussulmani.

Da Pechino al medio oriente

La nuova destra accusa perciò Vucic di scarsa discontinuità con l’era Milosevic e con l’elitismo della JUL (Sinistra Jugoslava) di Mirjana Markovic, come di subalternità ideologica alla ricostruzione storiografica compiuta dagli intellettuali islamici ed europeisti dell’ultima sanguinosa guerra mondiale antiserba (1991-1999), ricostruzione considerata per nulla corretta e veridica. Peraltro, sono vari i pensatori conservatori serbi che ritenendo la Cina odierna un modello concreto di nuovo marxismo-leninismo colluso con il deep state occidentale, pensano perciò che la interferenza di Pechino nella rotta balcanica sia un pericolo più che un’opportunità.

Israele e Iran sono qui presenti: la prima è storicamente filoserba, da tempi non sospetti, sin dalla guerra in Slavonia e Bosnia, l’Iran ha una posizione corretta sul Kosmet, non avendone riconosciuto la fittizia indipendenza, mentre si è purtroppo di fatto allineato, da decenni, alle posizioni turche, qatarine e saudite in Bosnia Erzegovina. Milorad Dodik, il più carismatico e lucido politico serbo di Bosnia, ha più volte dichiarato di non comprendere per quale motivo una potenza sciita come l’Iran marci in Bosnia nella medesima direzione di britannici e sunniti turchi.

In conclusione, va notato che la questione Kosmet ha un enorme rilievo per la stessa Italia. Negli anni ’40 dello scorso secolo, camicie nere italiane protessero il sacro monastero serbo di Decani impedendo con il loro costante sacrificio che fosse raso al suolo, oggi la missione Kfor di protezione di Decani è sorvegliata e monitorata dal comando tricolore. L’auspicio è che il presidente Trump possa scrivere la parola fine a decenni di pogrom contro civili serbi, portando la pace nei Balcani a famiglie schipetare, cristiane serbe o rom o ashkali, anche queste ultime innocenti vittime, da anni ed anni, della cieca violenza e della furia distruttrice di terroristi sostenuti dai Clinton-Obama, da Lord Ashdown, da Erdogan e dalla Germania.

Michail Rakosi



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