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Democratic presidential candidate Hillary Clinton laughs at a Service Employees International Union roundtable on Home Care at Los Angeles Trade-Technical College in Los Angeles, California August 6, 2015. REUTERS/Mario Anzuoni - RTX1NE30
Hillary Clinton, sicura candidata democratica alla Casa Bianca

Washington, 19 mar – “Dobbiamo finalmente e una volta per tutte mettere a posto il nostro sistema dell’immigrazione – è una questione della famiglia, e anche una questione economia, ma al cuore c’è la famiglia. Se noi rivendichiamo di stare dalla parte della famiglia, allora dobbiamo portare avanti e risolvere insieme i problemi fondamentali del nostro disastrato sistema immigratorio”, scrive la ormai sicura candidata democratica alle presidenziali Usa Hillary Clinton nel suo sito ufficiale. Messa così, uno si aspetterebbe nel seguito una lista di misure finalizzate a bloccare o almeno contenere l’immigrazione esplosiva negli States, le cui catastrofiche conseguenze – così come (e in misura perfino maggiore) quelle dell’invasione allogena dell’Europa – si proiettano molto più lontano rispetto ai pur disastrosi risultati interni ai paesi dell’accoglienza, Usa inclusi.

Invece, tutto il contrario: “(La riforma del sistema dell’immigrazione) rinforzerà le famiglie, la nostra economia, il nostro paese. Per questo non possiamo attendere più a lungo, non possiamo aspettare ancora per istituire un percorso verso una cittadinanza piena ed egualitaria”. Sopresi? Forse non tanto, ma se non bastasse ecco i punti salienti del programma:

  • Bloccare i rimpatri degli immigrati irregolari e promuovere l’emersione degli immigrati illegali che lavorano in nero.
  • Promuovere i ricongiungimenti familiari per tutti gli immigrati.
  • Espandere l’accesso alla sanità sostanzialmente gratuita per tutti gli immigrati e le loro famiglie (come se l’ObamaCare non fosse stato abbastanza disastroso).
  • Promuovere la naturalizzazione: abbattere i costi e i tempi dei procedimenti per ottenere la cittadinanza, aumentare la durata dei visti, informare e sostenere chiunque desideri la cittadinanza americana.

Come correttamente riportato nel testo ufficiale, la Clinton ha una storia del tutto coerente con il suo programma presidenziale: c’è motivo per crederci, insomma.

BIRCH RUN, MI - AUGUST 11: Republican presidential candidate Donald Trump speaks at a press conference before delivering the keynote address at the Genesee and Saginaw Republican Party Lincoln Day Event August 11, 2015 in Birch Run, Michigan. This is Trump's first campaign event since his Republican debate last week. (Photo by Bill Pugliano/Getty Images)
Donald Trump, sempre più probabile candidato repubblicano alla Casa Bianca

Il programma in materia immigratoria di Donald Trump che, a dispetto di tutti i rabbiosi tentativi dell’establishment repubblicano e neocon trasversale, appare il più probabile candidato repubblicano alla presidenza, è esattamente l’opposto di quello della sua prossima diretta sfidante. Nonostante che “il Donald” non abbia una storia politica nemmeno lontanamente paragonabile a quella della moglie dell’ex presidente, trattandosi di una materia politica amministrabile internamente, il relativo programma diventa automaticamente abbastanza credibile.

Quando i politici parlano di ‘riforma dell’immigrazione’ essi intendono: amnistia, lavoro a basso costo e confini aperti… niente altro che una concessione ai padroni delle multinazionali che guidano ambo i partiti (Repubblicano e Democratico, ndr)”, si legge nel programma ufficiale di Trump. “In realtà, la riforma dell’immigrazione deve porre in testa le esigenze dei lavoratori (nativi), non dei ricchi donatori internazionali. Noi siamo il solo paese (oltre l’Europa, più di recente, ndr) il cui sistema immigratorio privilegia le esigenze di altre nazioni. Questo deve cambiare”. Come abbiamo sostenuto di recente su queste colonne, una riforma radicale così orientata non sarebbe utile soltanto agli Usa ma al mondo intero. Quindi, i tre punti cardine del programma del miliardario tutto made in Usa:

  • Una nazione senza confini non è una nazione. Ci deve essere un muro al confine meridionale.
  • Una nazione senza leggi non è una nazione: il Messico dovrà pagare i costi del muro, a valere sulle rimesse dei milioni di immigrati irregolari, il numero di ufficiali di frontiera sarà triplicato, i nativi americani avranno la priorità negli impieghi, gli immigrati criminali saranno tutti rimpatriati, gli immigrati catturati nel tentativo di penetrare illegalmente saranno detenuti fino al rimpatrio e non rilasciati come avviene oggi, saranno aumentate le sanzioni e le pene per il superamento del periodo di validità del visto, e soprattutto mettere fine al sistema di concessione della cittadinanza a chiunque sia nato sul suolo americano, inclusi i figli degli immigrati illegali.
  • Una nazione che non serve i propri cittadini non è una nazione: qualsiasi piano per l’immigrazione deve migliorare la qualità del lavoro, le retribuzioni e la sicurezza per tutti gli americani: la forza lavoro è scesa drammaticamente, insieme al livello delle retribuzioni, richiedendo di limitare qualsiasi futuro flusso immigratorio a soggetti di elevata specializzazione e conseguentemente non concorrenziali in termini di livelli stipendiali.

Nell’ultimo punto, così come nei precedenti, Trump pare aver colto appieno sia lo stato reale dell’economia Usa, di cui si è dato ampio conto su questo giornale, nonché degli effetti perversi dell’immigrazione dequalificata.

In quanto ai programmi di politica estera, la situazione è più sfumata anche per l’ovvia ragione che essa dipenderà non soltanto dalla declinante potenza americana. Rispetto a Hillary Clinton, tuttavia, il suo curriculum promette tutt’altro che bene, avendo sponsorizzato insieme al marito e al finora onnipotente establishment neocon – rappresentato tra gli altri dalla sua portavoce Victoria Nuland al tempo in cui la Clinton era segretario di stato – offrendo prima il decisivo supporto al rovesciamento di Gheddafi (“Siamo venuti, abbiamo visto, è morto”, il suo agghiacciante commento televisivo in proposito, seguito da una risata sguiata), quindi direttamente il colpo di stato in Ucraina in funzione anti-russa, nonché promuovendo lo scellerato sostegno logistico, economico e militare all’opposizione tagliagole siriana.

Sempre nel suo sito ufficiale, alla sezione politica estera, poi, la candidata democratica sottolinea ripetutamente il proprio programma di incremento del sostegno per Israele, dopo che i rapporti della Casa Bianca con la leadership attuale dello stato ebraico si sono molto raffreddati in seguito al subentro di John Kerry nella posizione un tempo occupata dalla stessa Clinton, consentendo l’accordo con l’Iran e una maggiore moderazione rispetto alla situazione siriana. Al confronto, Donald Trump non risulta menzionare mai ufficialmente la propria posizione rispetto a Israele.

Mentre ambo i candidati sostengono di voler rinegoziare il trattato di libero scambio transpacifico (Ttp) in quanto sbilanciato a favore delle economie cosiddette emergenti, e apparentemente nessuno menziona mai quello transatlantico (Ttip), così come ambedue affermano di perseguire la rinegoziazione degli accordi commerciali con la Cina e di contestare la sua politica di svalutazione monetaria, molto arrogante e perfino ridicola appare la posizione della Clinton rispetto alla Russia: “Sosterrò i nostri alleati europei per aiutarli a diminuirne la dipendenza dal petrolio russo (come, non è davvero dato sapere, ndr). Con i nostri partner, confinerò, conterrò e preverrò le aggressioni Russe in Europa e oltre, e farò aumentare il costo che Putin pagherà per le sue azioni”. Dire a nuora perché suocera intenda, forte e chiaro: scongiurare il peggior incubo americano da decenni a questa parte – l’asse tra Berlino (o l’Europa) e Mosca. Oltre che l’ombrello militare protettivo che il Cremlino sta offrendo a sempre più paesi alleati nel mondo, tra cui oltre la Siria anche l’Iran e la stessa Cina.

Molto più prudente e innovativa, sebbene per il momento limitata a poco più di alcune battute, la posizione in materia di Trump, che sostenne di voler instaurare con lo zar russo nuovi rapporti basati su rispetto e comprensione reciproci. Trump, insomma, potrebbe non riuscire a risollevare l’economia americana minata alle fondamenta, tra l’altro, da una spaventosa montagna di debito estero e dalla deindustrializzazione frutto della dissennata globalizzazione, ma per dirla con le parole del grande investitore svizzero Marc Faber, accreditato di una serie notevole di previsioni corrette sullo stato delle economie nazionali, regionali e globale: “Io voterei per Trump, perché egli [eventualmente] distruggerà soltanto l’economia americana, ma Hillary Clinton alla fine distruggerà il mondo intero… ne volete un’evidenza? Guardate la sua politica di costruzione delle nazioni nel medio oriente, che successo ha avuto”.

Francesco Meneguzzo

4 Commenti

  1. Un asse internazionale Trump-Putin metterebbe fine a tutto lo scempio che i criminali dell’UE stanno compiendo, i politici europei non contano assolutamente nulla, i programmi vanno fatti oltreoceano, chi non capisce questo è semplicemente un idiota.

      • Posizione che sarebbe molto utile tra l’ altro, in quanto andrebbe a costituire un potenziale “Terzo Polo” di aggregazione, capace di esercitare una serie ed influente mediazione tra il Blocco guidato dalla Russia, e quello ancora sotto l’ influenza USA.

        Ma per raggiungere un simile obiettivo, l’ Europa dovrebbe riuscire ad esprimere politici di razza, degni di questo nome e realmente dotati di capacità professionali, come quelli che seppe esprimere nei secoli passati, e che la fecero grande.

        Quelli che abbiamo adesso, a parte forse qualche eccezione, sono soltanto dei grassi banchieri, aventi come unico obiettivo quello di rimpinguarsi le tasche (servendo il padrone) e resi sterili dal loro proprio delirio mondialista.

  2. Siete ottimisti! l’unica classe di potere esistente in Europa è quella massonica.
    Il dominio Usraeliano degli ultimi 70 anni ha spazzato via ogni residuo di cultura tradizionale: o gli europei cominciano a riprendere coscienza di quello che sono o non avverrà proprio un bel niente.
    L’iran ha capito quarant’anni fa cos’è il dominio imperialista e ha trovato dentro di sé le chiavi per uscirne.
    La Russia ha dovuto assistere all’implosione dell’esperimento comunista per capire che era meglio recuperare i valori tradizionali per tornare a riprendere la propria sovranità nazionale.
    A conti fatti sono gli unici casi di creazione di una classe di potere diversa da quella anglosionista (con tutte le ramificazioni locali) avvenuta nelle ultime due generazioni. Esperimenti sono tuttora in corso, ma non hanno ancora superato tutte le prove per potersi dire compiuti. In particolare in Italia siamo lontani almeno un decennio prima che la consapevolezza di chi siamo (meglio: eravamo) cominci a produrre qualche personaggio politico interessante: evidentemente stiamo ancora troppo bene per capirlo..

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