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Trump paleoconservatoreRoma, 16 nov – La Brexit e la vittoria di Trump, di chiaro segno antiglobale, avvenute oltretutto nei due paesi che più di altri sono stati tra i centri propulsori di quel fenomeno che va sotto il nome di “globalizzazione”, sono perciò stesso assolutamente significative, e mostrano, una volta di più, che certe dinamiche, come appunto quelle ‘globali’, non solo non sono inevitabili ma, cosa forse ancor più importante, non sono nemmeno irreversibili. Sembra evidente che la vittoria di Trump si inscriva con forza nella lunga tradizione dell’eccezionalismo americano, a sua volta poggiante su di una vera e propria ideocrazia (cioè l’idea dell’originaria, costitutiva, superiorità americana rispetto all’Europa). Appare altrettanto evidente che tanto l’isolazionismo che l’interventismo siano le due facce dell’eccezionalismo, nel senso che si può preservare l’eccezione americana sia isolandosi, sia esportandola ovunque. Resta però il fatto essenziale che le ricadute e gli effetti di tali posizioni sono assolutamente asimmetrici e per nulla equivalenti per chi si ritrova a subirli. Di conseguenza, se non un neoisolazionismo (alquanto improbabile) da parte della nuova amministrazione, già un parziale disimpegno e soprattutto un abbandono delle politiche di regime change sarebbe auspicabile e finanche possibile.

Il problema politico, di cui l’elezione di Trump è l’ennesimo segnale, non sta principalmente nella messa in discussione dei meccanismi rappresentativi (stante la difficoltà odierna di pensare a un sistema politico in grado di fare a meno del concetto stesso di rappresentanza), quanto nel declino delle élites tradizionali, non più capaci di intercettare consenso e in chiarissima crisi di legittimità. Da qui la necessità di ripensare la rappresentanza politica in direzione del popolo e non contro il popolo, partendo dal presupposto che gli stessi populismi non sono tout court antielitari, ma piuttosto in lotta contro élites totalmente slegate dagli interessi popolari e nazionali. Sulla ricerca di modelli alternativi di rappresentanza politica rimando, per un primissimo approccio, a http://www.centrostudilaruna.it/di-nuovo-sul-libro-di-giovanni-sessa.html .

In una intervista concessa nel gennaio di quest’anno, e leggibile sul suo blog, Pat Buchanan, forse il più importante esponente del paleoconservatorismo statunitense, dice cose assai interessanti su Trump. Innanzitutto lo descrive come un candidato ‘sui generis’, non collegabile ad alcun altro candidato recente, la cui forza non sta solo nel programma ma nella persona, cioè nel carisma, nella capacità di opporsi al politicamente corretto, nella tempra di combattente. Buchanan ricorda poi che le proposte avanzate da Trump di rendere sicuro il confine col Messico, di opporsi ai trattati internazionali sul commercio e alla Cina e di non farsi coinvolgere in guerre non necessarie, erano già presenti nella sua stessa piattaforma durante le primarie repubblicane del 1992 e del 1996 e quando si era candidato alle presidenziali nel 2000 col Reform Party. Altro punto significativo messo in luce da Buchanan, e denunciato da Trump, riguarda il fatto che sia i repubblicani che i democratici si sono resi colpevoli di una sciagurata politica di de-industrializzazione che solo nel decennio 2000-2010 ha condotto alla chiusura di 55 mila fabbriche e alla perdita nel settore manifatturiero di sei milioni di posti di lavoro. Questo in sintesi. Ovviamente, ciò non significa fare di Trump un paleoconservatore, anche se, ad esempio, pure le posizioni pro-life tendono a coincidere. In ogni caso, è importante segnalare significative affinità e punti di contatto che andranno poi valutati nel merito, cioè in relazione alle scelte concrete operate durante il mandato presidenziale.

Giovanni Damiano

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